Archivio | aprile, 2012

Social reading

30 apr

Social reading: mi piace pensare non sia solo quello delle frasi più sottolineate dagli altri lettori sull’ebook, ma anche quello più sottile delle suggestioni, dei ricordi e dei collegamenti che ognuno di noi fa quando legge le parole di qualcun altro. Suggestioni che possono tornarti anche attraverso tradizionalissime strade, come l’email. 
Il mio breve post di stamattina ha ricordato a Luca Iori – lettore di questo blog – un brano di Primo Levi tratto da L’altrui mestiere, una raccolta di articoli pubblicati negli anni da La Stampa. È un libro bellissimo, che conosco bene, ma non ricordavo il brano che Luca mi ha inviato poco fa. Eccolo:

Il primo segreto è il riposo nel cassetto, e credo che abbia valore generale. Fra la prima stesura e quella definitiva, deve passare qualche giorno; per ragioni che ignoro, per un certo tempo l’occhio di chi scrive è poco sensibile al testo recente. Bisogna, per così dire, che l’inchiostro si sia asciugato bene; prima, i difetti sfuggono: ripetizioni, lacune logiche, improprietà, stonature.

[...]
Dopo la maturazione, che assimila uno scritto al vino, ai profumi ed alle nespole, viene l’ora di cavare dal pieno. Quasi sempre ci si accorge che si è peccato per eccesso, che il testo è ridondante, ripetitivo, prolisso: o almeno, ripeto così capita a me. Inguaribilmente, nella prima stesura io mi indirizzo ad un lettore ottuso, a cui bisogna martellare i concetti in testa. Dopo lo smagrimento, lo scritto è più agile: si avvicina a quello che, più o meno consapevolmente è il mio traguardo, quello del massimo di informazione con il minimo ingombro.

Lo so che in questo periodo sono un po’ monocorde con questa storia dell’editing, ma le mie letture e riflessioni seguono quello in cui sono immersa al momento. Ancora un po’ di pazienza: presto si passa ad altro.

Ultime e felici sforbiciate

30 apr

Impelagata nel più impegnativo autoediting della mia vita, godo i frutti di aver messo il testo nel cassetto per tre mesi – il minimo suggerito da Zadie Smith.
Non c’è solo il vantaggio di attivare la propria via dorsale e leggere come se fosse la prima volta. C’è il distacco emotivo: quello che ti fa dimenticare tutta la fatica che ci hai messo, e ti permette di distaccarti con leggerezza e senza alcun rimpianto da parole, periodi, interi periodi.
Sforbici sforbici, e vedi il testo riprendere quota.

Anatomia della lettura

28 apr

La lettura di Imagine, How creativity works mi ha fatto bene. Abborderò al più presto gli altri due libri del trentunenne newyorkese: Proust era un neuroscienziato e Come decidiamo.
Uno dei temi che mi hanno toccata più da vicino è quello della “distanza” dal testo da rivedere, dal problema da risolvere, dal vuoto da riempire. I due geniali autori di Made to stick l’avevano chiamato “la maledizione della conoscenza”, Lehrer lo chiama “outsider problem”. Riusciamo a vedere una soluzione solo quando riusciamo a dimenticare tutto quello che sappiamo e a guardare con occhi nuovi, come se fosse la prima volta.

È una delle sfide centrali per chi scrive. L’autore deve rileggere continuamente le frasi che ha scritto (una delle inefficienze dell’editing!). Il problema è che così si perde rapidamente la capacità di vedere i propri testi con gli occhi del lettore. Lo scrittore sa perfettamente cosa voleva dire, perché è lui ad averlo detto. Ma per dare forma a una frase chiara, a una narrativa coerente, ha bisogno di fare l’editing come se non sapesse nulla, come se non avesse mai visto quelle parole prima.
Chi scrive deve diventare estraneo al suo lavoro. Se riesce a fuggire dalla sua posizione privilegiata, vede improvvisamente tutte quelle frasi imprecise e quelle infiorettature superflue, sente quali sono le parti deboli della storia e dove la prosa rallenta. Ecco perché la scrittrice Zadie Smith, in un saggio sulla scrittura, sottolinea l’importanza di mettere da parte per un po’ i propri testi e permettere al tempo di compiere la sua amnesiaca magia:

Quando finisci un romanzo, se i soldi non sono una disperata priorità, se non devi vendere o pubblicare all’istante – metti tutto in un cassetto. Per tutto il tempo che puoi. Un anno e più è l’ideale, ma pure tre mesi vanno bene… Per rivedere un romanzo devi avere la testa sulle spalle, ma non quella dello scrittore nel pieno del suo lavoro, e nemmeno quella dell’editor professionale che ne ha già lette dodici versioni. Ci vuole la testa di un estraneo intelligente, che prende il libro da uno scaffale e comincia a leggere. In qualche modo devi far tua la testa di quell’estraneo. E dimenticarti di aver mai scritto il libro.

D’ora in poi mi ricorderò dell’anatomia neurale della lettura e dell’editing. Il cervello dà un senso alle parole attraverso due percorsi, che attiva in contesti diversi. La via ventrale è diretta ed efficiente: vediamo un gruppo di lettere, le convertiamo in una parola e ne cogliamo il significato. È quella che percorriamo quasi sempre, soprattutto con i testi più semplici, costituiti di parole ed espressioni che ci sono già note. La via dorsale è più accidentata: ci fermiamo quando non conosciamo una parola, una costruzione sintattica non è chiara, la calligrafia è difficile da decifrare. Rallentiamo sì, ma prestiamo più attenzione.
Fino a poco tempo fa si riteneva che la via dorsale venisse abbandonata una volta appresa la lettura, invece le ricerche dimostrano che continuiamo a usare per tutta la vita entrambe le vie, a seconda del grado di consapevolezza e di attenzione mentre leggiamo.
La lettura di ciò che abbiamo appena scritto è tutta ventrale: la familiarità crea gli automatismi, cela gli errori. Se rileggiamo tempo dopo con la testa dell’estraneo possiamo contare di più sulla via dorsale, che fa saltare all’occhio tutto quello che non va.

L’unico modo per rimanere creativi nel tempo – senza essere sopraffatti da tanta conoscenza – è di sperimentare l’ignoranza, contemplare ciò che non riusciamo pienamente a capire.

Leggere saggi, whatever the medium

24 apr

Il saggio, vittima dell’iPad: il titolo dell’articolo di Roberto Casati sull’ultima Domenica del Sole 24 Ore è un po’ iperbolico, ma l’autore è seriamente preoccupato per il destino dei saggi e della qualità della loro scrittura, perché così conclude.

Il punto chiave del mio argomento è dunque che l’ecosistema è veramente nuovo: non si tratta di una semplice digitalizzazione di situazioni preesistenti. L’ebook comincia a far breccia e a sostituire il libro cartaceo perché esiste un nuovo contesto, in cui però l’ebook non è la primadonna ma una comparsa tra le tante, e in cui l’attenzione viene continuamente sollecitata da tutte le altre comparse. Questo contesto non è favorevole alla lettura dei saggi, e finirà per non essere favorevole alla loro scrittura.

La previsione mi sembra un po’ fosca e non credo di essere tanto d’accordo, ma sono d’accordo che cambia l’ecosistema, Lo sperimento da lettrice, e ieri ho passato un pomeriggio molto “sperimentale”.
Quando ho letto che Findings aveva aggiunto un’intervista a Maria Popova alla sua serie sul futuro della lettura, mi ci sono buttata a capofitto. La regina della content curation mi piace moltissimo: questa giovanissima bulgara trapiantata negli USA mi sembri incarni il bello del vecchio e del nuovo mondo, il prima e dopo la “parentesi Gutenberg”. Legge libri ponderosissimi, ha la pazienza e il fiuto di un topo di biblioteca, ma sa restituire le sue letture con la creatività combinatoria e la leggerezza della rete in post chilometrici sul suo blog Brain Pickings.
Della sua intervista condivido tutto, pure le virgole, ma soprattutto quando dà la sua definizione del libro – che si guarda bene dal definire “di carta” – e della lettura:

Dei libri è importante preservare un’unica caratteristica: “Sono punti di vista confezionati.”

Una rosa è una rosa è una rosa. La lettura è la lettura, qualsiasi sia il medium.

Non perdetelo. Federico Badaloni ne ha tradotti ampi stralci sul suo blog Snodi.
Comunque, alla fine Maria Popova cita Jonah Lehrer, divulgatore scientifico che ama moltissimo e che ha appena pubblicato il suo terzo libro, Imagine, dedicato alla creatività.
Tra cliccare, andare su Amazon e scaricarlo non è passato più di un minuto e subito ero catturata dalla storia dell’invenzione di un oggetto quotidiano, lo Swiffer. Imagine parte così, dalla pulizia dei pavimenti. E prosegue con un giovanissimo Bob Dylan in piena crisi creativa.
Ho passato sul libro l’intero pomeriggio, nonostante il lavoro incombesse. Ma mi sentivo ampiamente giustificata: Lehrer spiega benissimo come e perché tra gli ingredienti indispensabili per far maturare le idee e creare qualcosa di nuovo ci siano anche la rilassatezza, il far nulla, il sogno ad occhi aperti, il pensare ad altro. O il fare una doccia calda. Sì, l’effetto creativo della doccia calda ha solidissime basi scientifiche!
Lo spiega portandoci nei meandri del cervello, nei laboratori dove i neurofisiologi pongono alla gente strani quesiti e osservano cosa succede nella loro testa, in aziende tradizionalissime eppure straordinariamente creative. Ma soprattutto ci porta nella mente e nei testi degli scrittori e ci fa scoprire perché Bob Dylan per scrivere le sue canzoni più belle dovette arrivare al punto di abbandonare tutto, e perché invece W.H. Auden avesse bisogno di impasticcarsi in continuazione per rifinire i suoi versi. Ma ci sono anche T.S. Eliot, Jack Kerouac, Virginia Woolf.
Il bello di questo bellissimo libro è che la scrittura è presa come paradigma di ogni processo creativo.

Il bisogno costante di insight ha forgiato il processo creativo. Questi radicali momenti di scoperta sono talmente preziosi che ci siamo inventati rituali e tradizioni per incrementare le possibilità di un’epifania, porci in ascolto delle associazioni remote che arrivano dall’emisfero destro. Guardate ai poeti, che così spesso contano su forme letterarie con vincoli strettissimi, come gli haiku e i sonetti. A prima vista, questi metodi sembrano non avere senso, perché l’atto creativo diventa molto più difficile. Invece di comporre liberamente, i poeti si frustrano da soli con vincoli strutturali.
Ma il punto è esattamente questo. Se la forma non è una sfida per i poeti, se non sono obbligati a guardare oltre le associazioni più ovvie, non scriveranno mai un verso originale. Rimarrebbero incollati a cliché e convenzioni, con aggettivi prevedibili e verbi noiosi. Ecco perché le forme poetiche e la metrica sono così importanti. Quando un poeta deve trovare una rima con una parola di sole tre sillabe o un aggettivo che si incastri nello schema giambico, finisce per scoprire ogni sorta di connessioni inattese; la difficoltà del compito accelera il processo di insight.

Sono solo a un quarto di Imagine e pregusto quello che deve ancora arrivare. Un saggio tradizionale, di 300 pagine, che sto leggendo sull’iPad. Ma mi tiene incollata, senza nessuna tentazione di sbirciare su Twitter o di controllare la posta.
Non credo che i saggi corrano pericoli e debbano temere la concorrenza di altre primedonne se ci offrono visioni originali, una scrittura vivida e tersa, un deciso punto di vista. “Whatever the medium” come dice Maria Popova.

L’inciso in primo piano

23 apr

Nella rubrica Correzioni di Internazionale, la curatrice Giulia Zoli questa settimana si occupa della lineetta, segno di interpunzione piuttosto complicato e controverso. L’unica cosa certa è che non va confusa con il trattino. Quest’ultimo è più breve e soprattutto serve a unire due parole, mentre di solito le lineette separano:

… le lineette che delimitano delle interruzioni improvvise – inserzioni parentetiche direbbero i grammatici – che aprono la strada ad altri pensieri o ad altre voci. Ma si prestano anche a molti altri usi – forse troppi. Nello scorso numero John Lanchester – che oltre a essere un giornalista è uno scrittore – e si vede – le usa spesso, sia per interrompere un pensiero con un altro pensiero – tipico delle persone curiose e brillanti come lui – sia  per spiegare o aggiungere informazioni. Certi scrittori usano le lineette per fare capolino – a volte in modo chiaramente pretestuoso, no? – nella narrazione. Gli americani le usano spesso per enfatizzare un’affermazione – qualsiasi affermazione. C’è chi le usa al posto di un altro segno di punteggiatura – i due punti. Ma tante lineette possono essere il sintomo di una frase troppo lunga o mal costruita. Internazionale usa le lineette con parsimonia perché – come avrete notato – troppe interruzioni danno fastidio.

A me le lineette sono sempre piaciute. Almeno al pari dei due punti e, come per tutte le soluzioni testuali e i segni di interpunzione di cui ci innamoriamo, devo tenerle molto a bada perché tendo a esagerare.
Mi piacciono perché mi permettono di introdurre con chiarezza un registro, un tono diverso. E perché quando il testo è destinato allo schermo l’inciso risulta molto evidente e non puoi non vederlo.
Però come molti ho la pessima abitudine di usare comunque il trattino della tastiera, perché più semplice e a portata di mano. In realtà di lineette ne esistono parecchie, tanto che la voce dedicata di Wikipedia deve fare un riassunto finale con uno schemino facile facile.
Comunque, per ottenere la lineetta classica: alt + 0150 sul tastierino numerico.
Per quella “americana”, che è un po’ più lunga e non è preceduta né seguita da spazi: alt + 0151 sul tastierino numerico.
L’ho scritto. A questo punto dovrei averlo anche imparato.

Pulizie di primavera

22 apr

Il primo risultato della lettura di Sopravvivere alle informazioni su internet. Rimedi all’information overload di Alessandra Farabegoli è che la mia casella Inbox si è ridotta a “quasi-zero” da quando ho la posta elettronica, il che vuol dire circa 17 anni.
Il secondo: mi leggo quanto mi scodella Google Reader finalmente comoda sull’iPad.
Il terzo: mi sono perfettamente identificata con l’utente mediamente scema, che ha le password tutte uguali.
Last but not least: mi si è placata un po’ d’ansia.
Il libro è già disponibile in formato ebook, costa davvero poco per quello che dà ed è scritto con la chiarezza e la grazia che i tanti lettori di Alessandra già conoscono.

Termini e condizioni: niente da nascondere

19 apr

Vi ho già raccontato di Brandwashed, l’ultimo libro del guru del marketing Martin Lindstrom.
Se vi interessa un assaggio, leggete la lunga intervista che ha rilasciato a brandchannel.com. In fondo ci trovate anche le 10 nuove linee guida etiche per le aziende nell’età dei social media.
La 10 mi piace moltissimo e mi accingo ad applicarla in un paio di lavori testuali che ho di fronte:

Non nascondete o complicate le condizioni o i termini legali in fondo agli annunci, nelle DEM o sul packaging. Trattateli come ogni altro messaggio commerciale. Scriveteli in un linguaggio semplice, comprensibile a tutti.

Che vuol dire, per esempio, optare per un normale corpo 11 invece che per un microscopico corpo 8.
E invece di “Gli orari sono indicativi e soggetti a variazione. Il Calendario è consultabile sul nostro sito cliccando qui.”, scrivere piuttosto “Gli orari sono indicativi e potrebbero cambiare. Prima di prenotare il viaggio, consulti il nostro Calendario sempre aggiornato.”

Caro vecchio Guy

18 apr

Nel controllare la fonte di una citazione mi sono appena imbattuta in un testo che ha più di cento anni, ma mi è sembrato parlasse anche alla sensibilità di noi copy ed editor dell’era digitale.
È la prefazione di Guy de Maupassant al suo romanzo Pierre e Jean, pubblicato nel 1888.

Si possono tradurre e indicare le cose più sottili applicando questo verso di Boileau:

Mostra il potere di una parola messa al posto giusto.

Non c’è affatto bisogno di un vocabolario bizzarro, complicato, affollato ed esotico — quello che oggi va sotto il nome di “scrittura artistica” — per rendere tutte le sfumature del pensiero, ma bisogna distinguere con estrema lucidità tutte le modificazioni che il valore di una parola subisce a seconda del posto che occupa nella frase. Meno nomi, verbi, aggettivi difficili da comprendere, più frasi costruite diversamente, ritagliate con attenzione, piene di sonorità e di ritmi sapienti. Sforziamoci di raggiungere l’eccellenza nello stile piuttosto che diventare collezionisti di termini rari.

Lessico ricco sì, come scrivevo qualche post fa, ma non astruso. E sintassi un po’ più semplice sì, ma anche varia, altrimenti la semplicità si traduce in monotonia.
Ora che dobbiamo incastonare i testi in spazi dati e spesso esigui (newsletter per email, siti, landing page, blog e pagine facebook) le arti sottili dello spostamento di parole, della variazione sintattica, dell’incipit e della chiusa, ci possono tornare molto utili.

Scrivere in affollata solitudine

17 apr

Sabato e domenica ero a insegnare al masterCom dell’Università di San Marino e dell’Università IUAV di Venezia. Da qualche anno il modulo dedicato alla scrittura è aperto dalla master lecture di Annamaria Testa.
Confrontarsi con una scrittrice ed esperta di comunicazione come lei è una splendida opportunità per gli studenti, ma pure per me. Infatti non me la perdo mai e ogni volta prendo un sacco di appunti che vanno a concimare testi, progetti, idee sparse.
Quest’anno le riflessioni di Annamaria hanno riguardato soprattutto il processo della scrittura. Le sue parole hanno risuonato forte dentro di me questa mattina, che ho passato a rivedere  testi cui ho lavorato per mesi, che conosco a memoria e che tra poco dovrò lasciare perché prendano la loro strada e — mi auguro — incontrino i loro lettori.
Si scrive da soli, ma in un certo senso anche in compagnia. Ci sono due se stessi quando si scrive.
Uno si immerge totalmente nell’argomento, “diventa” l’argomento, condizione indispensabile per trovare respiro, ritmo, passione. Come cuocere nella stessa pentola insieme alle parole.
L’altro è fuori, e deve osservare tutto come il più severo dei critici.
L’uno si innamora di quanto scrive ed esclama: “Che bello!”
L’altro è distaccato e chiede: “Che cavolo hai scritto?”
Quest’ultimo, però, è bene che rimanga per un po’ fuori dalla porta e lasci che l’autore innamorato butti giù almeno una prima bozza. Se entra subito in azione con la sua severità, non scriveremo mai nulla.
Ma c’è anche qualcun altro con noi. La persona o l’organizzazione cui prestiamo la penna e la voce: il capo, l’amministratore delegato, il cliente. Dobbiamo metterci addosso la sua casacca, parlare come lei o lui, usare strumenti, tecniche e talento — i nostri — per far esprimere e valorizzare qualcun altro.
In questa officina affollata dobbiamo infine portarci dietro qualcuno del nostro pubblico. Un lettore, un cliente. Dobbiamo vederlo, immaginare che cosa si aspetta da noi. “Sentirne il fiato”, come ha detto Annamaria.

Dai testi lunghi a quelli brevi, e ritorno

13 apr

Mi rendo conto — e un po’ me ne dispiace — che i post in cui segnalo letture lunghe e magari in inglese non sono così popolari come quelli in cui propongo o traduco cose più semplici come i consigli veloci alla rinfusa o la formula “sintassi più semplice, lessico più ricco”. Però è spesso dalle letture più lunghe e profonde che si estraggono i consigli, le immagini, le metafore migliori.
Tra queste letture ci sono gli articoli di Draft, la nuova rubrica di Constance Hale sul New York Times. Pochi post fa ho segnalato il primo, dedicato alle frasi. Ora prosegue con le parole e la metafora della barca:

Il soggetto della frase è lo scafo della barca, il verbo la vela o il motore, ciò che la fa muovere e la spinge lontano. Il materiale per costruirla sono le parole, e devono essere chiare, robuste, flssibili. È la scelta delle parole a rendere bella e funzionale la barca.

La triade chiare, robuste, flessibili mi sembra perfetta. Mi ricorda la dimensione artigianale della scrittura, l’abilità di piegare le parole come i vimini di un cestino o di intrecciarle a formare un disegno.
Parlando non abbiamo tanto tempo per pensare e per questo ricorriamo spesso a parole generiche. Ma la differenza tra scritto e parlato sta anche nel maggior tempo a disposizione, nello spazio della riflessione. Per dire più cose con meno parole, le parole devono essere precise, non generiche. Concrete, non astratte. Vivide, non scialbe. Per Calvino l’esattezza era uno dei sei valori della scrittura del nuovo millennio:

La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso.

Se leggiamo “imbarcazione” — ci esemplifica Constance Hale — non vediamo nulla. Ma se leggiamo “canoa”, “vascello”, “corvetta”, “zattera”, la nostra mente si popola di immagini, ci porta direttamente sull’acqua:

La funzione primaria dei nomi è dipingere ai nostri occhi un quadro chiaro e una sequela di astrazioni non serve.

Cerchiamo la parola precisa, aggiungo io, e ci serviranno tanti meno logori aggettivi. Una conquista, nella scrittura professionale.
La ricerca delle parole concrete e precise ci riguarda da vicino, soprattutto in pieno trionfo di scritture autonome e frammentate. Favoriscono la concisione. Fanno da link tra un’unità testuale e un’altra. E sono soprattutto loro a dare ai nostri post, tweet, titoli e sottotitoli il nitore e il taglio di un cristallo.

Già che ci siamo, visto che il weekend è alle porte e il tempo c’è, vi consiglio un’altra serie di letture belle lunghe, ma imperdibili per chi vuole scrivere e comunicare bene in questo mondo che vede il ruolo del testo cambiare sotto i nostri occhi: la serie How we will read. L’ultimo intervento è quello di Clay Shirky, che così esordisce:

Publishing is not evolving. Publishing is going away. Because the word “publishing” means a cadre of professionals who are taking on the incredible difficulty and complexity and expense of making something public. That’s not a job anymore. That’s a button. There’s a button that says “publish,” and when you press it, it’s done.

Questo sposta l’attenzione su tutto quel che c’è da fare prima di premere quel bottone. Meglio così.

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