Archivio | gennaio, 2012

Scrittura online tra Limoges e Bruxelles

31 gen

Alcune delle migliori risorse sulla scrittura online sono in francese. Oggi, grazie al classico Redaction.be, ho scoperto anche Ecrire Web. Sottotitolo: Rédiger efficacement sur le web et les réseaux sociaux. È un blog ricco e aggiornatissimo che mi ha già portato verso altri luoghi interessanti.
Un altro ottimo sito su scrittura, posizionamento organico e strategie editoriali è Action-Redaction.

Impermanenze

30 gen

Jonathan Franzen, l’autore de Le Correzioni e Libertà, ha l’età mia.
Abbastanza grande da ricordare i sussidiari tristi, le edicole minuscole, la macchina da scrivere, wordstar, il motore di ricerca Altavista e il browser Mosaic. Ma non abbastanza per lasciarsi andare all’intemerata contro gli ebook di poche ore fa allo Hay Festival di Cartagena in Colombia.
Per Franzen il libro di carta assurge a estremo baluardo di  permanenza e certezza in un mondo in cui tutto diventa fluido e incerto:

“C’è chi ha lavorato sodo perché le parole fossero proprio quelle, quelle giuste. E ne era così sicuro da volerle stampare con l’inchiostro su carta. Sullo schermo sembra che le parole possano scomparire, cambiare, andare per conto loro. Per uno come me, pazzo per la letteratura, non sono permanenti abbastanza.”

E arriva ad affermare di augurarsi di morire prima di vedere il definitivo trionfo dei libri elettronici. Eh, mamma mia, che esagerazione!
Capisco tutte le perplessità, le domande, i dubbi. Li ho anch’io, per esempio quando sfoglio il libro interattivo di Pinocchio e penso che è talmente bello e ricco di suoni, immagini e movimento che mi chiedo cosa succede nella mente dei bambini quando la riempi subito così. E se questo non rischia di compromettere la loro capacità di immaginare e popolare il proprio teatro mentale.
Quel che non capisco è invece la mancanza di curiosità per quello che ci sta accadendo intorno in questi mesi e che segnerà il nostro modo di leggere, comunicare, studiare e scrivere nei prossimi anni.
Mi sono riempita l’iPad di libri per bambini e ragazzi, il campo di sperimentazione forse più interessante, e non resisto quando leggo di un libro costruito in modo realmente “nuovo”. Per capire meglio, ieri ho preso anche il pre-libro (sì, ora esistono anche quelli) di Peter Meyers Breaking the page. Transforming books and the reading experience.
Mi piace l’idea di avere più possibilità di scelta: il libro di cucina che parla così posso eseguire la ricetta punto per punto mentre ascolto, il libro-teatro cui assistere insieme ai miei nipoti, il saggio su ereader con il dizionario inglese incorporato, il romanzo di 600 pagine che non pesa e non spaventa, il manuale di yoga di carta, da sottolineare e tenere vicino al tappetino a ricordarmi che la coscienza e la mente sono anche nei miei polsi e nei miei polpastrelli.
Tutto fluisce e ci sfugge, inorridisce Franzen, ma è l’esperienza della lettura a essere meravigliosamente impermanente, diversa per ciascuno e diversa ogni volta. Lo ricorda un libro di un paio di anni fa, ma attualissimo in questi giorni:  Proust e il calamaro, della mamma e neuroscienziata Maryanne Wolf. Se non lo avete ancora letto, è arrivato il momento.

Davanti a un pubblico meglio non leggere, ma se proprio dovete…

29 gen

Non compro i quotidiani cartacei da tempo, tranne il Sole 24 Ore la domenica.
Anche se gran parte degli articoli dell’inserto Domenica sono anche online, è uno dei pochi casi in cui trovo la carta decisamente superiore e sono capace di uscire di casa anche sotto la pioggia per andarmelo a prendere. Merito dell’impaginazione, della distribuzione dei pezzi, delle immagini, che fanno di ogni pagina un paesaggio a sé, giusto anche nelle grandi dimensioni.
Oggi a pagina 3 c’è un bellissimo decalogo scritto dal filosofo Paolo Rossi, scomparso qualche giorno fa, dedicato ai Consigli a un giovane conferenziere. Anche se la parola “conferenziere” può sembrare antiquata, ma il pezzo merita di essere letto con attenzione, ritagliato e tenuto in evidenza.
Stavolta non riassumo, né estraggo: l’intelligenza e la grazia dell’anziano filosofo ne sarebbero inevitabilmente compromesse. Scaricate, stampate e leggete per intero.

Agli ordini del guru

26 gen

Non so perché molti guru del mondo anglosassone si sentano sempre in dovere di usare uno stile secco come quello degli ordini di una caserma, senza una parola di più, come se dicessero “Impara, svelto, e non farmi perdere tempo!”
È lo stile di Jakob Nielsen e anche quello di Gerry McGovern, che ha appena stilato questo militaresco vademecum sulla scelta e la scrittura dei link.
Se consideriamo quale confusione regni ancora nella redazione dei link, ha fatto un lavoro meritorio. Ci sono molte verità e buone indicazioni, purché superiate il primo urto di nervi e teniate conto che questo livello di tassatività vale soprattutto per i siti dove si deve ottenere qualcosa di preciso nel più breve tempo possibile:

Comincia con il link, non con la frase. Spesso, tutto ciò che serve è un link semplice e chiaro. Niente testo di spiegazione o introduzione. Prima di tutto pensa al link. Scrivi testo a contorno solo se assolutamente necessario.

Scrivi i link come se fossero tanti titoli. Per ogni link al massimo otto parole. Scrivi il link come se l’utente dovesse vedere solo quello.

Non descrivere il formato (video, audio, word, pdf, blog). Di rado è utile. Perché le aziende linkano ai formati? Perché è più facile. I blog, per esempio di solito sono gestiti con un’applicazione diversa rispetto agli altri contenuti del sito.

Ogni link deve iniziare in modo diverso. Le prime 3-4 parole sul web sono fondamentali. Se linki una guida su come installare un router, scrivi “Installazione: istruzioni”. Non scrivere “Come installare questo router.” Prima l’esigenza di chi legge.

Un link è una promessa. Un segnaposto. Stai dando una direzione. Mettiamo che tu sia un turista in Irlanda e che voglia visitare Middleton nel Cork. Seguiresti il link “Città più visitate” ?

I link delle FAQ sono miseri. Le FAQ sono il classico esempio di pensiero aziendocentrico. L’azienda sa quali sono. Ma il cliente che ne sa? Molto, molto meglio usare link quali Compra, Installa, Risoluzione problemi, Tariffe, Dati tecnici, Programmi, Contatti.

Tratta i link come le fasi di un processo. Il cliente clicca su un link per completare qualcosa che deve fare. Tutto funziona solo se lui riesce a fare quello che deve. Assicurati che tutti i link lo aiutino a ottenere quello che cerca.

In ogni pagina ogni singolo link deve essere unico, autonomo, distinto, separato. Se si sovrappongono, il risultato è un’enorme confusione. Sulla homepage di Vodafone Irlanda le pagine di supporto si dividono in: “Telefoni & piani tariffari” e “Smartphone & apps”. Uno smartphone è pur sempre un telefono.

Idealmente, tutti i link di navigazione correlati tra loro dovrebbero stare insieme. Così, se sono in una pagina per un particolare prodotto, i link su quel prodotto non devono stare in parte a sinistra, in parte a destra e altri al centro. Altrimenti non so più dove guardare.

Evita i link stile Infinità e Oltre,  quali Risorse e Tool. È come avere altri web dentro un web. Quando devi prenotare un volo, cerchi forse un tool? Molti siti della pubblica amministrazione britannica hanno il link “Do it online”. Che significa esattamente?

Evita dove possibile i link che indicano la tipologia di utente. Usali solo quando i diversi utenti fanno cose completamente diverse.

Non usare mai i Quick Links. Che vuol dire? Esistono forse link lenti? E se hai i Link utili, hai per caso anche quelli inutili?

 

Quel che conta è un testo che abbraccia

25 gen

Giuseppe Granieri, che ci presenta e riassume efficacemente tutto il turbinìo di questi mesi intorno alla rivoluzione dei libri e della lettura, è ottimista. Lo era anche lo scrittore Alberto Manguel, di cui Repubblica pubblicava domenica un bell’articolo dedicato allo Zapping del lettore.
Ai deprecatori della lettura superficiale e ai nostalgici delle qualità sensuali della carta Manguel ricorda con il sorriso che la lettura a salti esiste pure sulla carta, anzi ne esistono molte varietà:

  • la lettura frettolosa, quella per farsi un’idea e un ‘opinione sul libro
  • la lettura incompleta, quella che si limita a uno o due capitoli
  • la lettura empatica, quella dei libri che fanno parte della nostra cultura e di cui parliamo anche senza averli letti
  • la lettura sociale, quella che ci porta a schierarci per un libro a seconda della parte sociale che la sostiene
  • la lettura simulata, quando fingiamo di aver letto un libro solo per il suo prestigio sociale
  • la lettura politica, quando ci formiamo un’opinione su un libro per via dello scalpore che ha suscitato.

E conclude:

La verità, in sostanza, è che per quanto concerne la lettura quello che cambia sono solo gli strumenti. L’atto di tradurre in parole le nostre emozioni più profonde e le nostre paure più segrete, di soccorrere l’esperienza, di rendere presente il parlante che non è lì eppure ci parla, è rimasto immutabile dai tempi dei primi lettori in sumero. Una lettera scritta all’inizio del XIX secolo avanti Cristo riecheggia quello che qualsiasi lettore potrebbe dire oggi ricevendo l’e-mail di un caro amico: «Bulattal mi ha portato la tua lettera», dice, «e sono molto felice: mi sono sentito come se ti avessi incontrato e ci fossimo abbracciati». Allora come oggi, questa magia quotidiana che ci consente di incontrarci e abbracciarci attraverso lo spazio e il tempo definisce la nostra natura di esseri umani.

Le idee di Leonard

24 gen

Ho alcuni buoni motivi per amare Leonard Cohen:

  • da bambina, la sua Suzanne mi ha fatto conoscere in un colpo solo sia lui sia Fabrizio De André
  • da grande, mi ha confortata in un momento molto difficile
  • ha saputo trovare la sua pace nella meditazione e nella solitudine, e ha saputo raccontarlo
  • è un poeta e un instancabile editor di se stesso.

Perciò sono felicissima dell’uscita del suo dodicesimo album, Old Ideas, pubblicato alla bella età di 78 anni.
Lo ascolto da stamattina: il Guardian lo trasmette in anteprima in streaming e gli dedica un lungo e bellissimo articolo.

Going home
Without my sorrow
Going home
Sometime tomorrow
Going home
To where it’s better
Than before

Going home
Without my burden
Going home
Behind the curtain
Going home
Without the costume
That I wore

È il refrain del primo pezzo: Going home.

Ministre e signore

23 gen

Fornero e un articolo di troppo è il titolo di un articolo sulla Stampa di oggi in cui Mariella Gramaglia fa il punto sulla vecchia questione del genere femminile nel linguaggio della politica e delle professioni. “Vecchia” solo perché dovrebbe essere ormai superata da tempo, ma evidentemente ancora attuale se la ministra Fornero ha dovuto dire espressamente di non voler essere chiamata “la” Fornero.
Come ricorda Mariella Gramaglia, già era stato detto tutto quel che c’era da dire in un libretto del 1987, Per un uso non sessista della lingua italiana, a firma di Alma Sabatini e pubblicato addirittura per i tipi della Presidenza del Consiglio:

Il libro è ancora attualissimo. I consigli erano molti, ma quello più elementare era il più importante. Via il dannato articolo, ma via anche la declinazione al maschile delle funzioni istituzionali. Niente «la Fornero», dunque. Ma sì a Fornero «ministra del Lavoro». Niente «la Camusso». Ma sì a Camusso «segretaria della Cgil». Così penseranno che sia la segretaria del segretario – si obietterà. Ma quanto più spesso ci saranno uomini segretari di segretarie, tanto meno si cadrà nell’errore.

Nel frattempo tutte queste buone indicazioni sono state in gran parte disattese. A sinistra le “ministre” ci hanno tenuto a essere chiamate tali, a destra invece a essere chiamate “ministri” come i maschi. Fin qui le donne. Gli uomini di destra e di sinistra, tranne qualche eccezione, sono andati un po’ a casaccio, fino alla “signora” Merkel di Berlusconi. Ma le vere signore, ci ricorda Mariella Gramaglia, sono altre:

La Signora, maiuscola e senza aggettivi, nella cultura cattolica è una sola, intercede per noi e sta nei cieli. C’è un’unica Signora terrena per un piccolo popolo oppresso e per chi si batte per i diritti umani. Se in Birmania si dice la Signora con una devozione che risuona, si può parlare solo di lei: Aung San Suu Kyi. Lo merita. Se il popolo Birmano ritroverà libertà e democrazia lo dovrà alla sua abnegazione.

La questione del genere si pone anche in tutta la scrittura di impresa e spesso mi ci scontro quando scrivo testi per i miei clienti. Anche quando non mi viene chiesto, cerco di evitare di scrivere “un cliente fedele come lei”, “se non è soddisfatto del nostro prodotto”, “se è attratto da investimenti più remunerativi”, “all’interno del pacchetto è libero di scegliere tra…”  Ci sono tanti modi:

  • con il plurale: “per i clienti fedeli come lei”
  • con il cambio di soggetto: “se il nostro prodotto non la soddisfa”
  • con una domanda: “Cerca un investimento più remunerativo?”
  • con il passaggio dall’aggettivo al sostantivo: “Il pacchetto le lascia ampia libertà di scelta tra…”.

PS Ho cercato invano in rete il libretto di Alma Sabatini. Pubblicato dalla Presidenza del Consiglio, dovrebbe essere di patrimonio comune, ma anche lì non ce n’è traccia. Se qualcuno lo trova, ce lo dica che lo linkiamo.
Altri link interessanti sono sul sito della Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale.

Tipografia e dialetti da salvare

22 gen

Insieme ai piccoli negozi, l’invasione dei grandi brand globali nelle nostre città sta facendo sparire anche le loro insegne, una diversa dall’altra.
Molly Moodward ha deciso di documentare la ricca varietà delle scritte cittadine in via di estinzione nel sito Vernacular Typography.
Vi trovate già moltissime testimonianze di “lettering vernacolare”, suddivise sia per oggetti, sia per paesi.
Tra i primi: orologi, cartelli abbandonati, graffiti, insegne scritte a mano, scritte al neon, indicazioni stradali, tombini.
Tra i paesi c’è anche l’Italia, con tante foto per le strade e nella stazione di Firenze.
Un bellissimo progetto collaborativo, che al valore della documentazione unisce quello dell’ispirazione.
 

Inno alla copia

18 gen

La rivista Rrose., che ho segnalato nel post precedente, pubblica un divertente decalogo di istruzioni per non essere creativi scritto dal filosofo Maurizio Ferraris. Mi è piaciuto molto il punto 4, un inno alla copia:

Copiate, non create. Il segreto della creatività è un segreto di Pulcinella. Per diventare creativi bisogna fare il contrario di quello che consigliava quel tale della scuola della creatività; bisogna copiare, copiare e ancora copiare. Quando tutto quello che abbiamo copiato ci uscirà dagli occhi, quando ogni verso, ogni nota, ogni disegno ci sembrerà una citazione, ecco che saremo dei creatori o (almeno) non saremo dei ripetitori. Questo non vale solo nell’arte, ma nella vita, dove (fateci caso) il più delle volte i principianti ripetono schemi già visti, proprio come gli autori inesperti adoperano frasi fatte. Il punto è molto semplice, e l’ha enunciato una volta Umberto Eco: si sbaglia ad associare il genio alla sregolatezza; il genio non ha meno regole degli altri, ne ha molte di più.

Nelle arti figurative copiare ha sempre fatto parte della formazione dell’artista. Masaccio copiava gli affreschi di Giotto, Michelangelo copiava le statue antiche, Manet copiava Goya, Picasso copiava El Greco e poi copiava anche se stesso.
Nella scrittura invece – lo impariamo a scuola –  guai a copiare!
Eppure c’è un piacere e un’utilità nel copiare, parola per parola, un testo che ci piace. È come  prendersi un po’ dello spirito dell’autore, sentirlo più vicino, fare proprio il suo ritmo, assaporarlo meglio, opponendo la lentezza della copia alla velocità della lettura.

Destini incrociati

16 gen

Nello stesso giorno, venerdì scorso, mi sono arrivate due belle riviste, una di carta e una online.
La cosa buffa è che quella di carta è nuova di zecca, numero zero, mentre quella online è veramente antica, anzi preistorica, per i tempi della rete.
La prima è Rrose., da Rrose Sélavy, nome con il quale Marcel Duchamp firmò alcuni dei suoi ready-made.
Dedicata alla “creatività, dalle arti visive al design”, è un vero oggetto che senti bello consistente appena lo hai tra le mani, come a fare da contraltare alla leggerezza dei pixel delle riviste online. Le pagine non sono tante, una sessantina, ma la carta è spessa come quella di certi libri di Bruno Munari, con bellissime foto e illustrazioni tra testi originali e altri tratti da libri e giornali (solo qualche nome: Annamaria Testa, Pasquale Barbella, Mimmo Iodice, Enzo Mari…) , ma impaginati in modo originale e spesso sorprendente. Pura content curation, ma sulla carta.
Se vi è venuta voglia di averla, è un’elegantissima free press: “Invio postale sul territorio nazionale a associazioni culturali, librerie, gallerie, musei, teatri, università, accademie, art café, studi professionali, aziende, alberghi e chiunque ne faccia richiesta.”  Basta inviare un’email.
La rivista online è la storica Sagarana, puntualmente arrivata al n° 46, cui sono affezionata lettrice da più di dieci anni.
Molto simile alla nuova arrivata per trasversalità tra letteratura, creatività e arti visive, questa volta si apre con un lungo articolo del suo direttore Julio Monteiro Martins, Note sullo scrivere e sul pubblicare, che espone alcuni ottimi motivi per cui scrivere ha un valore in sé. Cito solo l’ultimo, come assaggio di un testo che va letto per intero:

Scriviamo per capire o scoprire qualcosa, per riempire una lacuna reale finora sconosciuta o irrisolta, per confrontare questa scoperta con quello che conoscevamo fino a quel momento, e chissà per un giorno comunicarla a qualcun altro e aggregarla alla visione collettiva del mondo.

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