Senza voltarsi indietro

2 set

Leggere è spostarsi da un punto a un altro, anche in questi tempi di letture veloci e distratte. Online, per esempio, sappiamo ormai bene che lettrici e lettori vanno dove gli pare, ma il nostro obiettivo è spianargli comunque la strada verso quel punto, quella fine, quella parola o quella call-to-action. Più la strada è spianata – senza intralci, dossi o buche – più il testo è leggibile.

Ci aiuta che la natura stessa del leggere sia il movimento in avanti. La nostra mente è fatta così: vuole sapere cosa viene dopo e man mano che procede nella lettura tende a correre più avanti degli occhi che guardano la pagina o della vocina interiore che ci fa ascoltare le parole. Mentre legge, accumula informazioni, e intanto indovina. È alla riga tre e già immagina come va a finire. Qualche volta è talmente convinta di averci preso, che smette di leggere e prende comunque le sue decisioni. Nella comunicazione professionale, questa sicurezza di sé è spesso fonte di molti guai.

Se siamo autori, questa naturale spinta in avanti può essere la nostra migliore alleata, ma dobbiamo imparare ad assecondarla. Con la chiarezza, certo, con la precisione, con il ritmo, con contenuti originali e interessanti, ma anche con quelle “cernierine” nascoste che sono i passaggi tra un periodo e l’altro. Perché se il punto chiude, come abbiamo imparato fin da piccoli, bisogna comunque seminare verso la fine o collocare all’inizio del nuovo periodo una ulteriore “spintarella”.

Possiamo riprendere all’inizio una parola chiave del periodo precedente. Come ho fatto con “strada” nel primo capoverso di questo post.
O tenere sempre lo stesso soggetto per più periodi. L’ho fatto con “mente”, nel secondo capoverso.
O cominciare con una preposizione o una congiunzione, che promettono il come, la spiegazione, suscitando curiosità. L’ho fatto con “con” e “perché” nel terzo capoverso.
O si può usare una struttura parallela per più periodi di seguito: la mente ama gli schemi e ci scivola su come se si mettesse i pattini. L’ho fatto in questo ultimo paragrafo.

Ma non starete mica pensando che abbia costruito questo post meditando e studiando le spintarelle… ormai mi conoscete. Corre il lettore, se corre l’autore. E io ho corso, senza sapere bene dove sarei arrivata. Però mi piace – ormai sapete anche questo – fermarmi, voltarmi indietro e divertirmi a capire come ha lavorato la scrittrice interiore.

Se ha lavorato bene, i lettori dovrebbero invece voltarsi indietro per un solo motivo: per il piacere, non per il dovere o la necessità, di rileggere.

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Come ti connetto coerenza e coesione
Lasciar fare allo scrittore interiore

Tante parole per la comunicazione veloce

31 ago

Sintassi più semplice, lessico più ricco era il titolo di un mio post di un po’ di tempo fa e un consiglio con cui spesso concludo i miei laboratori di scrittura nelle aziende. È praticone e casareccio, lo so – e in questo mi assomiglia – ma credo compendi bene la chiave di una semplificazione intelligente e quindi di una maggiore leggibilità dei testi.

Ieri l’ho in qualche modo ritrovato in un articolo di Roberto Casati sulla Domenica del Sole 24 Ore (se riuscite a recuperarlo, è un numero fantastico): Non bastano 500 parole.

No, non bastano per niente, soprattutto quando abbiamo a disposizione poco spazio e poco tempo, condizione permanente nella comunicazione professionale di oggi. Anzi, più dobbiamo essere fulminei, farci capire o catturare l’attenzione all’istante, più parole dobbiamo conoscere.

“Un buon lessico ti fa risparmiare” scrive Casati e cita una ricerca di Benedetto Vertecchi, docente di Pedagogia Sperimentale a Roma 3 e grande esperto di sistemi educativi:

Benedetto Vertecchi, che ha analizzato il corpus linguistico nei documenti degli studenti intorno ai 14 anni di età dal 1966 al 2006, sostiene che nel corso del tempo si nota un’evoluzione netta: a minor lessico, testi più lunghi. Se nel 1966 i testi erano di cento parole, nel 2006, a parità di contenuto, ne contavano 120. Se non hai le parole per dirlo, devi inventarti una perifrasi. Il lessico povero ti fa assomigliare a chi non parla una lingua straniera e si trova costretto a fare dei giri di parole. Ti tocca usare quello che hai. E dato che la perifrasi va generata sul momento, fai molta più fatica. È come se dovessi utilizzare un cacciavite come un martello; magari alla fine il chiodo lo pianti, ma a che prezzo?
La risposta migliore è dunque che disporre di un buon lessico non è un lusso. Al contrario! Offre un modo vantaggioso ed econimico di esprimersi, risparmiando sulle inevitabili e costose perifrasi chi deve dedicarsi chi un buon lessico non ha. Non c’è bisogno di scomodare il vocabolario tecnico o accademico. “Frullare” è una parola, “ridurre in poltiglia” ne contiene tre; e se non sai cos’è la poltiglia?

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Sintassi più semplice, lessico più ricco
Caro vecchio Guy
Meditazione sulle parole, lì dove capita
Pieno di cose, ma di poche parole
Le ristrettezze della rete e gli orizzonti del vocabolario

Il mio prana scribacchino

27 ago

Giacomo Balla, Automobile in corsa, 1925

Vivo giorni strani, una specie di intercapedine, di limbo, tra il non far niente vacanziero e gli impegni serrati che mi aspettano a settembre. Ho deciso di concedermi il lusso di fare quello che mi va, che sia lavoro, letture, riflessioni o altro.

In questo ritmo pacato sto stranamente riuscendo a combinare più di qualcosa, ma soprattutto sto osservando il mio rapporto con i tempi di lavoro. Non per ricavarne la solita lista di buoni propositi – per carità! che quella non fa altro che aumentare la mia ansia – piuttosto per provare o prolungare il gusto di lasciarmi andare.

E così, mentre gironzolo in rete, incontro un podcast (poi di questa storia dei podcast nei siti di scrittura ne riparliamo) di Copyblogger dedicato proprio ai tempi e alla produttività. Finalmente qualcuno contro la famosa tecnica del pomodoro! Quella che ti chiede di settare il timer della cucina per 25 minuti, cominciare a scrivere e prenderti una breve pausa solo quando questo suona. La mia mente non assomiglia a una pentola dove l’acqua deve bollire e basta accendere il fuoco e comincia a scaldarsi. Io sono una da attesa, da cincischio, da prima caffè e tisana, da prima giretto in rete, da prima post mattutino come questo. Non vuol dire che non sappia scrivere come un soldatino, ma che non è la mia dimensione, non ne ricavo piacere.

Per me, la scrittura è anche un fatto di energia che si deve mettere in moto: lo chiamo il prana scribacchino. Ha bisogno di respiro, di stretching, di allungamento, di nutrimento, ma quando si mette in circolo comincia a correre e mi pone in quello stato di flow da cui derivano sia la produttività alta sia la gioia di lavorare. Non potrei sopportare di essere “svegliata” dal driiiin del pomodoro e riposare a comando. Proprio io, una precisissima che non porta orologi.

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L’arte della corsa
Questione di ritmi
Scrivere in affollata solitudine
Non insistere, cambia strada e soprattutto corri
C’è un tempo per ogni testo
A tappe, o tutto d’un fiato

Io, laureata in lettere stagionata e felice

25 ago

In vacanza e in parziale disconnessione, ho seguito molto di straforo le polemiche e le discussioni suscitate dall’articolo del vicedirettore del Fatto Quotidiano Stefano Feltri sull’inutilità delle lauree umanistiche.

Feltri ha scritto cose arcinote, con quale obiettivo non ho capito. Non condivido il suo articolo, ma nemmeno molte delle motivazioni di chi ha levato alti gli scudi. Non credo affatto che una laurea in storia dell’arte o in filosofia ti renda più aperto e duttile di una in ingegneria o in giurisprudenza, né che fare il lavoro dei propri sogni sia un diritto come molti oggi sembrano pensare. Quasi tutto dipende solo da te. Da come studi, da chi sei, da che esperienze fai oltre agli studi universitari.

Io non ho dati, ma solo la mia esperienza di laureata in lettere che dopo molti anni dalla laurea (ho finalmente l’età in cui non dire quanti diventa un vezzo) è contenta della scelta fatta. Sottolineo: da molti anni.

Eppure allora tutti mi sconsigliarono e fu un bene, perché mi avviai agli studi con la piena consapevolezza che facevo una scelta rischiosa, che magari avrei dovuto fare qualcos’altro per pagare le bollette, che quello che avrei imparato era solo uno dei tanti strumenti da affinare per affrontare la vita lavorativa. Insieme a molti altri che ancora non conoscevo.

Quel senso di gioiosa precarietà – perché ero felicissima di studiare intanto quello che mi piaceva – e qualche volta di paura per il futuro ha guidato tutte le mie scelte lavorative, anche quando sembravano portarmi molto lontano dal lavoro dei miei sogni. Che mi ha comunque aspettata e mi ha sorpresa perché diverso da quello della mia gioventù.

Nelle tante aziende che ho frequentato e che frequento ho incontrato – anche in posizioni importanti – classicisti, storiche dell’arte e un sacco di filosofi. Il lavoro per noi c’è, anche se non tantissimo. Ma gli studi universitari sono solo un mattoncino e qualche volta nemmeno il più importante.

Rispetto alla mia generazione, inoltre, quella che si affaccia oggi all’università ha un sacco di vantaggi in più: viaggiare costa pochissimo, imparare non costa niente se non tempo e passione, la vita lavorativa è lunga sì, ma presenta un orizzonte più vasto per cambiamenti anche radicali. Il mio consiglio: studiate quello che vi appassiona, coltivate voi stessi, pensate piuttosto che quel lavoro può non essere per sempre, ma lo studio sì. Lì, davvero, oggi chi si ferma è perduto. I ragazzi come le signore laureate un bel po’ di anni fa.

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Lavoro, coraggio e passioni

Ciò che insegna la passione

Il suono della vita

Anche nel testo c’è destra e sinistra!

24 lug

In questo faticoso e torrido luglio, in cui non sono proprio riuscita a postare, mi sono occupata di testi del tutto nuovi per me: i libri scolastici. Libri in cui comprensibilità, chiarezza e memorabilità sono tutto.

La qualità di un libro di testo è fatta di moltissime cose, alcune palesi o facilmente intuibili, altre davvero molto sottili. Scoprirle e indagarle è stato interessantissimo (e comunque non è finita qui!), così come capire la complessità, i rischi, le innumerevoli scelte che ci sono dietro un libro ben fatto.

Tra le cose sottili c’è l’ordine delle informazioni all’interno di un periodo o di un paragrafo. E qui il professor Pinker mi è stato ancora una volta d’aiuto. La nostra mente che legge, e intanto impara, procede “filling the gaps”, riempiendo i vuoti, connettendo quello che ha appena imparato da una parte con quello che già sa, dall’altra con quello che manca. Lo fa meglio, in maniera fluida e spedita, se mette in fila le informazioni con ordine, cominciando da quella più semplice per andare verso quella più difficile.

Save the heaviest for the last! è per Pinker un principio “monumentale” della composizione di un testo, raccomandato già nel IV secolo a.C. dal grammatico sanscrito Panini.

Nell’arco sintattico – microcosmo di un intero paragrafo e di un intero testo – si comincia con ciò che il lettore già sa, con la frase breve, con il concetto più semplice, con l’informazione. Così sarà più facile portare i lettori verso la novità, la frase più lunga e distesa, l’idea più complessa, il commento.

È ovvio che questa non è una regola e io sono la prima a fare spesso diversamente, ma è un ottimo riferimento quando la chiarezza viene prima della curiosità e della sorpresa. Vale per i libri di testo, ma anche per una procedura aziendale, un’informazione importante per i cittadini, una notizia sull’intranet.

Il campo aperto dell’incipit, lo spazio angusto della revisione

29 giu

Paul Klee, Paesaggio con il sole che tramonta, 1919

Potrai anche aver fatto mille scalette e mappe mentali, ma quando ti metti a scrivere è come avere davanti un campo sconfinato, in cui puoi prendere le direzioni più diverse, anzi disegnare tu stessa il paesaggio in cui il lettore si muoverà.

Una volta pensavo che con la scaletta progetti la pianta della tua casa testuale e man mano che scrivi tinteggi le pareti con il tono di voce e l’arredi con le parole che scegli e l’ordine in cui le disponi. Oggi mi fido molto di più della scrittrice interiore e del suo immenso magazzino di risorse. Mi preparo sempre a fondo, ma una volta avviata ho imparato a lasciarmi trasportare.

Già ogni incipit prefigura un percorso: può annunciare un andamento cronologico o sorprendere con un’affermazione misteriosa o un dato inaspettato. Se il punto di partenza è un’immagine o una metafora, poi bisognerà essere coerenti e non tradirla lungo il cammino.

Strada facendo, può imporsi una parola particolarmente efficace, e allora con quella parola si può variare, contrastare o giocare, oppure allargare da lì il campo lessicale. O lavorare di echi e di suoni.

Titoli e sottotitoli sono le porte, le finestre, gli architravi della nostra casa di parole, o gli incroci e i segnali stradali del nostro paesaggio testuale. Che scriviamo sulla carta o sul web, oggi si vedono prima di ogni altra cosa e tantissimi vedono solo quelli. Per natura non tollerano una parola di troppo, ma neppure una di meno: l’armonia visiva ci colpisce ancor prima di aver letto una sola parola. I titoli devono essere coerenti, dello stesso stile e tono di voce e costituire un primo livello di lettura che si snoda lungo tutto il testo. I sottotitoli sono il loro controcanto.

Lasciarsi portare invece di stare continuamente a guardare la scaletta è il segreto per acquisire un buon ritmo. Se trasporta noi, riuscirà a trasportare anche i nostri lettori. È quello che ci piace chiamare “fluidità” e che ci fa pensare all’acqua che scorre trasparente e veloce.

Alla fine, ci chiudiamo dietro la porta con un saluto: può essere la chiusura del cerchio, richiamando l’inizio; un invito a fare, approfondire, esplorare oltre; un piccolo dono – un’indicazione preziosa come un’immagine indimenticabile.

Qualsiasi casa avremo costruito o qualsiasi paesaggio avremo disegnato, l’avremo fatto con un’idea in mente ma in un campo libero e aperto.

Se il testo non è un post come questo, che deve piacere prima di tutto alla sua autrice alla fine di una giornata faticosa, ma è stato scritto per un cliente su un brief stringentissimo e con un obiettivo preciso, la copy preparata ma un po’ a briglia sciolta comincia a incrociare le dita finché il cliente non le conferma che casa o paesaggio gli piacciono assai, che ci si ritrova e ci si muove a suo agio pure lui.

Quando comincia il giro delle inevitabili revisioni e limature, però, i sentieri si fanno tortuosi, gli spazi di manovra sempre più stretti. E in realtà, meno devi cambiare, più sono stretti. Per quel titoletto, quella parola l’hai già usata. Cambiare “solo” le prime parole ti fa crollare tutto il resto. Cambiarne “solo” una, ma cruciale perché bella ed evocativa, ti porta a mille spostamenti.

Quando ti trovi nel cul-de-sac, quando non vedi più il cielo – ormai l’ho imparato – non si sta lì a cincischiare. Si cancella, si fa il vuoto, si fa respirare di nuovo la mente. Il titoletto non si aggiusta, si riscrive. La parola che se ne deve andare non si sostituisce con il sinonimo, si cambia la frase.

Oltre le regole, le indicazioni, i trucchi del mestiere, quello che nel tempo fa di te una brava copy è soprattutto imparare a muoverti e a respirare negli angusti spazi delle revisioni più sottili.

Il mio angolino nello Zingarelli 2016

23 giu

Quando me l’hanno proposto non l’ho capito e finché non l’ho visto non ci ho creduto.
Invece tra le 500 illustri “definizioni d’autore” dello Zingarelli 2016 c’è anche la mia definizione di “blog”.
Me ne sto molto intimidita nell’angolino tra due delle 2600 pagine del più autorevole e blasonato dei vocabolari della lingua italiana.

Da lassù la mia nonna che si è laureata in lettere nel 1926 e ha insegnato italiano e latino alle scuole medie per 45 anni sarà fiera di me.