Il ritorno dello slow reading

9 apr

La sera dopo il primo tentativo, ha riaperto il libro di Hesse, mettendo un po’ di distanza, sia spaziale che temporale, tra lei e lo schermo del suo computer. «Ho messo tutto da parte. Mi sono detta: “lo devo fare”. La prima sera è stato difficile e anche la seconda sera non è stato affatto facile. Ci ho messo due settimane, ma alla fine mi sono riabituata a leggere e mi sono goduta il libro fino alla fine».

E poi lo ha letto di nuovo. «Volevo apprezzare questo modo di leggere e quando ci sono riuscita è stato come guarire. Ho ritrovato la mia capacità di andare lentamente, gustare quel che leggo e pensare».

Un paio di post fa parlavo della mia rieducazione alla lettura lenta. E stamattina leggo che Maryanne Wolf ha fatto la stessa cosa. Lo racconta in un bell’articolo sul Washington Post, Serious reading takes a hit from online scanning and skimming, researchers say, tradotto oggi da Il Post con il titolo Non leggiamo più come un tempo.

Maryanne Wolf è una meravigliosa scienziata, studiosa del cervello e della lettura, capace di parlare veramente a tutti. Dall’articolo apprendo che sta scrivendo un altro libro. Ne sono felice perché Proust e il calamaro è stato una lettura decisiva per me e gli dedicai un post appena chiuso il libro: Continuare a danzare con i testi.

Una lingua straniera è un abisso fecondo

8 apr

Come molti, sto seguendo da qualche settimana il racconto che la scrittrice Jhumpa Lahiri sta facendo sull’apprendimento della nostra lingua sulle pagine di Internazionale. Genitori bengalesi, madrelingua inglese, premio Pulitzer per la narrativa a 32 anni, vive a Roma da alcuni mesi dove sta realizzando un sogno che coltivava da giovanissima: imparare l’italiano.

Leggere il suo racconto a puntate significa guardare la nostra lingua da una prospettiva diversa, piena di amore e di meraviglia. Una meraviglia che appartiene a ciascuno di noi quando studiamo con passione una lingua straniera. Il racconto di questa settimana mi ha conquistata e ne riporto il brano più bello:

Quando leggo in italiano sono una lettrice più attiva, più coinvolta, anche se più inesperta. Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza.
Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato. Leggere in un’altra lingua implica uno stato perpetuo di crescita, di possibilità. So che il mio lavoro, da lettrice, da apprendista della lingua, non finirà mai.
Quando ci si sente innamorati, si vuole vivere per sempre. Si vagheggia che le emozioni, l’entusiasmo che si prova, duri. Leggere in italiano mi provoca una brama simile. Non voglio morire perché la mia morte significherebbe la fine della mia scoperta della lingua. Perché ogni giorno ci sarà una nuova parola da imparare. Così il vero amore può rappresentare l’eternità.
Ogni giorno, leggendo, trovo delle parole nuove. Qualcosa da sottolineare, poi trasferire sul taccuino. Mi fa pensare al giardiniere che strappa le erbacce. Così come il giardiniere, so che il mio lavoro in fin dei conti è una follia. Qualcosa di disperato. Quasi, direi, una fatica di Sisifo. Non è possibile, per il giardiniere, controllare alla perfezione la natura. Allo stesso modo non mi è possibile conoscere, per quanto voglia, ogni parola italiana.
Ma tra me e il giardiniere c’è una differenza sostanziale. Le erbacce, per il giardiniere, non sono qualcosa di desiderato. Sono da sradicare, da buttar via. Io invece raccolgo le parole. Voglio tenerle in mano, voglio possederle.
Quando scopro una nuova parola in italiano, un modo diverso per esprimere qualche cosa, mi meraviglio. Provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile.

Mi ha riportato alla mente i miei tanti taccuini, che ancora conservo. Mi ha ricordato quanta della mia passione per il linguaggio e la scrittura debba allo studio di lingue diverse dalla mia, e soprattutto alla più amata di sempre, il tedesco, cui dedicai un post tantissimo tempo fa, agli albori di questo blog: Alla lingua tedesca.

Su questo blog leggi anche:

Al di sopra delle lingue, qualche bella scoperta
Indiane
Jhumpa Lahiri is back

Tra una parola e l’altra, il tempo per ridere e piangere

7 apr

Oggi Annamaria Testa si occupa di Spritz e delle tecniche di lettura veloce: L’Italia, i lettori pigri e la lettura veloce. Che ne sappiate già molto, oppure nulla, rimando al suo documentatissimo post per ogni approfondimento. Aggiungo però alle sue fonti la segnalazione del bell’intervento di Amy Thibodeau, editor e content strategist di Facebook, sul blog Mind the Language del Guardian: Speed-reading? Slow down a little … and leave time for laughter and tears.

L’essenza della lettura è esplorare, pensare in maniera profonda, seguire la propria immaginazione. [...] Ci sono molte ragioni che ci spingono alla lettura: capire, conoscere qualcosa che non sappiamo, il puro piacere… Anche quando leggiamo con un preciso obiettivo, il ritmo e la voce del testo ci parlano di cosa pensiamo e proviamo rispetto a quanto stiamo leggendo. Nella scrittura ci sono sottigliezze e sfumature che hanno ben poco a che fare con quel 20% del tempo passato a elaborare il significato di una parola.

Qualche notte fa, con gli occhi pesanti di sonno, ho fatto le due leggendo The Goldfinch di Donna Tartt. Se non sono riuscita a mollarlo è stato per la magia delle parole, che andavano costruendo la storia nella mia testa.

L’80% del tempo che passiamo muovendo gli occhi di parola in parola ha un valore. È lì che il pensiero si connette con il linguaggio. È nello spazio di quei momenti che ci ritagliamo lo spazio per ridere e lo spazio per piangere. È li che decidiamo quanto profondamente questo ci sta a cuore. Questo pensare e sognare è in realtà la parte più importante. Quello che ci tiene svegli fino alle due di notte a girare le pagine.

Io mi sono sempre tenuta alla larga dalle tecniche di lettura veloce. Eppure, c’è stato un periodo in cui avevo velocizzato la lettura mio malgrado. Mi sembrava di essere sempre corta con il tempo, e così ingurgitavo libri, siti, blog. Mi sono allarmata quando ho capito che mi portavo dietro questi ritmi anche leggendo un romanzo e scorrevo le email in modo così veloce e superficiale da prendere fischi per fiaschi e fare anche qualche orribile figura.

Ho fatto quindi una vera rieducazione alla lentezza, ma l’impegno ha pagato. Anche in termini di produttività: più sei tranquilla, più combini, più gusto ci provi.

Ebbri di storie

5 apr

Sono diventata una blogger da weekend, ma non è che durante la settimana non lavori a questo blog. Anche senza accorgermene, metto da parte gli spunti e quando ho più tempo i puntini si connettono nella mia testa un po’ da soli. Così, stamattina, si sono miracolosamente messi in fila:

domenica 30 marzo
La Domenica del Sole 24 Ore apre in prima pagina con l’anticipazione dell’uscita di un libro promettente: L’istinto del narrare, Come le storie ci hanno resi umani, di Jonathan Gottschall:

L’uomo è l’unico animale che non può vivere senza racconti, cioè senza produrre e consumare continuamente affabulazioni, invenzioni, fantasie. Elabora racconti persino quando dorme in quelle libere fiction autogestite che sono i sogni, di cui è più spettatore che regista. Sin da bambino si appassiona al gioco del «come se», si immedesima in personaggi di sua invenzione, adora i travestimenti, l’arte e la musica, è spontaneamente multiplo. E da adulto, anche a occhi aperti elabora una visione della realtà in cui la componente immaginativa ha una parte essenziale.
Questa che si configura come una vera e propria dipendenza non è un lusso, un simpatico optional per i momenti di relax. Se si trattasse soltanto di regalarci delle occasioni di piacevole intrattenimento, l’evoluzione si sarebbe già incaricata di eliminarla come un inutile spreco di energia. È stata proprio l’evoluzione a crearla, ad affinarla, a renderla indispensabile, quasi una componente dell’equipaggiamento genetico.

La mente umana non è stata modellata per le storie, ma dalle storie, dice Gottschall. La finzione narrativa ci fornisce informazioni, precetti morali, emozioni: ci plasma. Quando ci immedesimiamo nelle storie che leggiamo o che vediamo al cinema o in tv, i nostri neuroni si comportano come se fossimo effettivamente lì. Le cellule attivate si legano insieme, e questo spiega i processi di apprendimento e il loro progressivo affinarsi: la ripetizione dei gesti corre lungo un network già stabilito. Non solo: sin da quando venivano trasmesse oralmente, le storie continuano ad adempiere la loro antica funzione di creare un legame sociale e di rafforzare una comune cultura. Sono una forza coesiva nella partita che si gioca contro il caos e la morte.
Per entrare nella mente umana, un messaggio ha bisogno di una storia che sappia creare un coinvolgimento emotivo, e in questo la narrativa funziona meglio della saggistica (difatti per sedurci l’autore ogni tanto si concede qualche inserto un po’ più raccontato). Gli uomini privilegiano l’irrazionalità dei miti e delle religioni perché non riescono a tollerare l’inspiegabile, perché devono conferire un ordine e un senso alla loro esistenza e rispondere alle grandi domande che li assillano. È una strategia di sopravvivenza anche questa.

martedì 1 aprile
Finisco di leggere Story di Robert McKee, un librone lunghissimo, l’unico sullo storytelling che sia riuscito ad appassionarmi, e sì che ne ho letti tanti. Mi ha appassionata perché parla della costruzione di una storia nel contesto più complicato, quello del cinema, e perché mi ha ricordato cosa sia realmente una storia e come sia difficile costruirne una che funzioni, anche piccola piccola:

Mentre la vita separa il significato dall’emozione, l’arte li riunisce. La storia è lo strumento che crea queste epifanie, il fenomeno che conosciamo come emozione estetica.

La storia non è una fuga dalla realtà, ma un veicolo che ci conduce nella nostra ricerca della realtà. È il nostro massimo sforzo per dare un significato all’anarchia dell’esistenza.

Arte significa separare un pezzettino dal resto dell’universo e tenerlo in mano in modo tale che sembri essere la cosa più importante e affascinante del momento.

L’arte narrativa è sempre e comunque l’esperienza di un’emozione estetica: l’incontro simultaneo di pensiero e sentimento.

I grandi narratori non spiegano mai. Fanno invece una cosa difficile e dolorosamente creativa: mettono in scena. Una grande storia sostiene le proprie idee unicamente attraverso la dinamica dei suoi eventi.

Una storia diventa una specie di filosofia vivente che gli spettatori afferrano nel suo insieme, in un istante, senza un pensiero conscio: una percezione che si unisce alla loro esperienza di vita.

McKee è un docente di sceneggiatura e ha tra i suoi allievi un buon numero di premi Oscar. Il libro è un manuale narrato che affronta ogni aspetto della sceneggiatura in modo preciso e divulgativo, con gli esempi tratti da decine e decine di film. Il minimo che può offrirvi è vedere i film in modo completamente diverso e più consapevole. Già moltissimo. McKee ha un sito e un blog, con tantissimi spunti anche per lo storytelling di impresa; molti sono in una bella intervista sull’Harvard Business Review: Storytelling that moves people.

mercoledì 2 aprile
Leggo questo tweet di Alessandra Farabegoli:

e subito dopo il post di Drinkpop Le informazioni prima delle storie. Alle prese con testi complicati, da rileggere almeno due volte, dove non si capisce dov’è il punto, mi dico che sì, prima di mettersi a raccontare le storie forse vale la pena chiarirsi le idee.

sabato 5 aprile
Apro la posta e una mia deliziosa cliente mi scrive che nelle mie proposte di tagline c’è poco linguaggio emozionale, poco “cinque sensi”. Riapro il file, rileggo. Un po’ forse ha ragione, ma ci avevo tenuto molto alla chiarezza e al valore dei servizi di questa azienda, il cui obiettivo non è proprio quello di far battere il cuore.
Però l’insoddisfazione emotiva della mia interlocutrice mi è servita: ho riscritto più proposte, più coinvolgenti, ma ho cercato di non perdere di vista la lezione di McKee. Ho tenuto ben saldo il pensiero, oltre a lasciare un po’ più di spazio alle emozioni.
Scrivo questo post e il tarlo continua a scavare. Non è che con emozioni e storytelling stiamo esagerando? Che sia un po’ un’ubriacatura collettiva? E sappiamo veramente che cos’è una storia? Quale meccanismo complicato bisogna costruire perché scatti la famosa emozione estetica? E una bella brochure, chiara e precisa, non sarà meglio di una scialba storia?
Mi faccio queste domande perché credo molto al valore delle storie, tanto da averne scritto già tantissimo tempo fa. Ma il tarlo resta, la confusione pure, e anche per questo ho deciso di uscire dalla tana e di andare a If Book Then il 22 maggio prossimo. Tema: There are more stories than books.

A occhi aperti

1 apr

Paul Fusco, RFK Funeral Train, 1968

Il nuovo libro di Mario Calabresi mi ha veramente emozionata. Il direttore della Stampa ci sorprende con un tema inaspettato che però – ce lo dice nell’ultima pagina – è una sua passione fin da ragazzino: la fotografia.
A occhi aperti è una galleria di ritratti e di storie: dieci grandi fotografi raccontano il mondo negli ultimi cinquant’anni e soprattutto la passione della loro vita. Quella passione che ti porta necessariamente vicino, a stretto contatto con le cose. “Se le tue foto non sono abbastanza buone significa che non sei abbastanza vicino” era l’imperativo di Robert Capa.
Al di là della bellezza e dell’emozione delle foto, credo che la cosa che mi ha inchiodata a questo libro sia proprio quell’andare diretto verso le cose e le persone, quell’osservarle per ore o per giorni prima di scattare e cogliere istanti che non dimenticheremo più.

Steve McCurry si immerse per giorni interi nelle acque fetide dei fiumi indiani pur di raccontare la devastazione dei monsoni; ne usciva con le gambe piagate e con foto che coglievano l’ironia e la bellezza anche in quei disastri.
Il praghese Josef Koudelka credette a uno scherzo quando un’amica gli telefonò per dirgli che i russi stavano entrando in città, ma poi afferrò la macchina fotografica e trascorse giorni e giorni per la strada nascondendo i rullini dove poteva; passarono vent’anni di esilio prima che potessimo associare il suo nome alle più famose foto in bianco e nero della primavera di Praga.
Paul Fusco aveva il sogno di fotografare Robert Kennedy; non ci riuscì, ma riuscì a salire sul treno che trasportava il suo feretro da New York a Washington, con l’ordine di non muoversi dallo scompartimento; allora si piazzò al finestrino e in otto ore documentò in duemila foto il dolore di una nazione che si era raccolta lungo i binari per dare l’ultimo omaggio al suo “Bobby”.
Sabastião Salgado, dopo decenni di lavoro sugli ultimi della terra, stava per perdere la speranza e quasi la ragione. La pace gliela ha restituita il progetto Genesi, alla ricerca dei luoghi ancora incontaminati del pianeta.

Foto e storytelling riempiono il nostro quotidiano digitale. Nei discorsi e nelle buone intenzioni, fin troppo. La lettura di questo libro mi ha riportata a una visione quasi epica delle immagini e delle storie. Ha squarciato il velo della superficialità e approfondito la dimensione del tempo. Raccontare, in immagini o in parole, è prima di tutto una questione di studio, di attesa, di ascolto, di sguardo, di empatia e di luce.

Alberto Giacometti, quintessenza dell’umanità

22 mar

Gianlorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-1625

Anche se lo ritengo assurdo, di solito non patisco troppo il divieto di fotografare all’interno di un museo. Mi piace concentrarmi sulle opere senza distrazioni. Stamattina però non so cosa avrei dato per fermare le emozioni che mi ha regalato la mostra di Alberto Giacometti alla Galleria Borghese.

Non era facile individuare le opere di uno dei più grandi scultori del novecento nel tempio della scultura barocca, l’elegante villetta fatta costruire dal cardinale Scipione Borghese per ospitare la sua collezione di marmi antichi, capolavori come l’Amore Sacro e l’Amore Profano di Tiziano, alcuni dei quadri più intensi di Caravaggio, ma soprattutto le sculture del suo contemporaneo Gianlorenzo Bernini.

Come è successo anche a me, per tanti bambini romani l’incontro con l’arte avviene proprio con queste opere talmente stupefacenti da impressionarti anche se hai cinque o sei anni. Avrò visto la statua di Apollo e Dafne decine di volte, ma l’impressione della fanciulla che si sta trasformando in un albero di alloro proprio sotto i miei occhi – le dita dei piedi che diventano radici e quelle delle mani che diventano foglioline di marmo – ha segnato la mia infanzia.

Dopo quella naturalezza più naturale della natura, eppure supremamente artificiosa, agli scultori non rimaneva molto altro da analizzare o da investigare. Bisognerà aspettare l’inizio del novecento perché la scultura – oltre i monumenti funerari o commemorativi – ritrovi la sua strada. A indicarla e a percorrerla, oltre al grandioso e onnipresente Picasso, anche uno svizzero geniale e riservato: Alberto Giacometti.

Alberto Giacometti, Io, in una strada sotto la pioggia, 1948

Nelle sale della Borghese quella riservatezza sembra opporsi all’esuberanza di Gianlorenzo. Ci vuole un po’ per scovare gli uomini filiformi di Giacometti, i suoi busti tormentati, le sue donne-cucchiaio tutte ventre, tra le possenti sculture berniniane, eppure quello che ti incanta è il dialogo continuo tra i due artisti, separati da quasi tre secoli.

Alberto Giacometti, La mano, 1947

L’uomo del seicento che sta conquistando il mondo e cominciando persino a esplorare l’universo porta ai vertici la padronanza sulla forma, compiuta e perfetta, realizza i sogni più audaci della nostra immaginazione, fa vibrare il marmo e gonfiare le vene. L’uomo del novecento sembra rispondergli che lui, invece, non ha più certezze, più verità, se non quella del proprio essere fragile, esposto a mille intemperie. Esterne come la guerra, interiori come la solitudine.

Alberto Giacometti, Donna che cammina, 1932 – 1936

Alberto Giacometti era un artista coltissimo, un disegnatore e incisore raffinato, ma come tanti suoi contemporanei dovette scavalcare tutta cultura classica e occidentale per poterla rifondare: indietro, verso la scultura egiziana e cicladica; oltre, verso l’arte africana e oceanica. Dove non si voleva dominare il mondo con la perfezione della forma, ma esprimere l’essenza dell’umanità, i suoi simboli.

Come le statue egiziane o i kuroi greci, gli uomini di Giacometti guardano dritti davanti a sé, gli occhi fissi verso un orizzonte lontanissimo. Portano un piede avanti, ma il loro incedere è lento, faticoso, quasi bloccato. La testa si abbassa, sotto un peso che non vediamo, ma riusciamo a sentire. Un peso che sembra stringerli da ogni parte tanto da mangiarli fino a renderli  contorti fili di bronzo, ai limiti della sparizione.

Ai limiti, appunto, mai oltre. Dopo aver percorso un tratto di strada con i surrealisti ed essersi tuffato nei simboli misteriosi dell’inconscio, Giacometti torna alla figura per non lasciarla mai più. La donna può essere solo ventre, un grande cucchiaio accogliente. O solo busto, senza testa e senza braccia. O solo un braccio che protende nel vuoto le dita tese di una mano. Non è meno umana della scattante e perfetta Dafne berniniana o della nuda e disinvolta Paolina Borghese di Canova. Solo un po’ più consapevole, più dolente, più vicina a noi. Ai nostri smarrimenti e alle nostre fragilità.

Ora di lettere: tutti in classe!

20 mar

È vero che ho un debole per tutto quello che fa la “mia” casa editrice, ma l’Aula di Lettere che la Zanichelli ha appena aperto a tutti è proprio bella.
La segnalo sia perché so quanti insegnanti di lettere ci sono tra le lettrici e i lettori di questo blog, sia perché i contenuti – pensati in primo luogo per docenti e studenti – sono di grande interesse per tutti.
Per esempio mi ha colpito incontrare già nel primo numero una signora californiana che mi ha insegnato molto e cui ho dedicato un post solo poco tempo fa: Nancy Duarte, la regina delle presentazioni. Una sua TED Conference è lo spunto per un bell’articolo su come parlare in pubblico.
In video, invece, un’intervista al prof. Gino Roncaglia su lettura e digitale, cui seguirà a brevissimo la seconda puntata.
Ancora, un’animazione sulla scrittura nel medioevo e la prima di una serie di tutorial veloci sull’analisi logica. Una rubrica è dedicata alle figure retoriche: la prima, sulla metafora, vi strapperà più di un sorriso.
Questo solo per quanto riguarda la scrittura e la comunicazione. Gli altri pezzi forti sono dedicati all’Ucraina, al più fascinoso quadro di Vermeer, agli archetipi della narrativa nelle serie tv
Testi che si aprono in mille direzioni e moltissimi video, più la versione pdf che l’insegnante può scaricare per i lavori in classe.
Ogni mese, l’Aula di Lettere si rinnova. Buone letture, buone visioni e stay tuned!

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