Scrivere è uno sguardo, una nostalgia

19 ago

Avevo cominciato Il sogno di scrivere di Roberto Cotroneo a giugno, durante un lungo viaggio in treno, poi gli impegni mi avevano riacciuffata costringendomi a lasciarlo a metà. Ma è un libro che scorre e ti trasporta come un fiume, per cui sono ripartita dalla sorgente, dall’inizio.

A dire il vero, al momento dell’acquisto il titolo mi era sembrato piuttosto furbacchione – che poderosa strizzata d’occhio al lettore, in questi tempi in cui pubblicare un libro sembra una delle più diffuse aspirazioni! –, ma ora che ho finito la lettura lo trovo assolutamente pertinente e per niente esagerato.

Il sogno di cui parla Cotroneo è davvero quello di tutti. Non scrivere per pubblicare, ma scrivere per rispondere a un bisogno naturale e umano: quello di conoscersi e di conoscere, di conservare quello che abbiamo visto, sentito e sognato, di capirlo meglio attraverso le parole, di frugare nella cantina della nostra vita, di andare a vedere cosa è rimasto sulla spiaggia dopo essere stati travolti da una tempesta, di voler guarire, rispondendo al richiamo di quella nostalgia che dà vita al bisogno di scrivere.

Per questo non vi troverete nulla di ciò che trovate nei manuali di scrittura creativa e nemmeno come costruire una buona storia. Vi troverete invece perché è importante rispondere a quel richiamo, superando la paura di scrivere. La paura di non aver letto abbastanza, di non conoscere le tecniche e le regole, di non incontrare il favore di lettori ed editori.

L’invito di Cotroneo è quello di lasciarsi trasportare da una spinta autentica, da una ricerca di verità, partendo non da una storia – come fa il cinema – ma da un dettaglio, una visione, una piccola epifania che ci insegue e chiede di essere raccontata. Da lì, da quello sguardo, nascerà forse una storia che si farà mentre la narriamo. Non è detto che diventerà una grande storia, pubblicata e letta da migliaia o milioni di persone. Anzi, questo non dovrebbe interessarci proprio. Ma alla fine conosceremo molto meglio noi stessi e gli altri, e questo sì che dovrebbe interessarci.

Condivido molto questo valore della scrittura prima di tutto privata, e anche familiare, che trova la sua ragione nel tornare indietro e nel conservare quello che è stato importante per noi, non solo per non dimenticarlo, ma anche per capirlo e farlo nostro per sempre. Un bisogno sentito soprattutto oggi, fatto di tante tracce lasciate in rete, ma così labili e presto inghiottite in un tutto che è un nulla. Un bisogno cui “è giusto” rispondere, coltivando la scrittura a tutte le età.

Il Sogno di scrivere mi è piaciuto molto e l’ho letto d’un fiato. Cotroneo parla assai di sé e della sua vita, ma siccome è un bravo scrittore, i ritratti dei suoi genitori, le sue passioni letterarie e artistiche, così come i suoi turbamenti e i suoi sogni, parlano anche a noi, rispecchiano anche i nostri.

Allora, se quel richiamo e quella nostalgia si fanno spesso sentire, se il desiderio di scrivere comincia a essere più forte della paura, questo è il libro, questo è il momento.

Su questo blog leggi anche:

Se la corrispondenza muore, lunga vita al mémoir!

Semplicemente, il libro è un dono

14 ago

Qualche giorno fa l’amico Giacomo Mason ha stroncato su Facebook un libro sulla scrittura per il web. Lo ha stroncato di brutto. Ha fatto benissimo e ancora una volta l’ho ammirato per aver fatto una cosa della quale io non ho mai il coraggio.

Io i libri non riesco a stroncarli – è un mio limite – e se in questo blog trovate solo recensioni entusiaste non è perché mi piaccia tutto, anzi. I libri che escono sul tema “scrittura” e affini li leggo (quasi) tutti, ma da tempo ho deciso di condividere solo quello che mi dà davvero qualcosa in più. Qualcosa che non sapevo, una nuova prospettiva, uno stile o un taglio originale. Non ignoro solo i libri decisamente brutti, ma anche quelli dignitosissimi però compilativi e ripetitivi. Tutti, comunque, sono sulla mia pagina di Anobii con le loro oneste stelline.

Così, arrivo a un altro libro che ho letto in questi giorni e mi è piaciuto molto. È un libro austero, fin dal titolo: Libro. Su una copertina rigorosamente bianca. E basta. Lo ha scritto Gian Arturo Ferrari, una lunghissima carriera nell’editoria fino alla direzione di Mondadori Libri.

Ciò nonostante, Libro non è una difesa del libro di carta. È una lunga e bellissima storia, che comincia circa 5.000 anni fa. Una storia più facile da cogliere e raccontare proprio ora, nel momento in cui il libro come l’abbiamo conosciuto si sfalda in qualcos’altro che ancora fatichiamo a vedere.

In questo sguardo dall’alto, Ferrari ci mostra il libro per quello che è: l’episodio più compiuto e glorioso di una storia molto più lunga, ma pur sempre un episodio, con un inizio e una fine. Eh sì, perché ci sono state grandissime civiltà testuali senza libri e qualcosa del genere si avvia a essere anche la nostra, che vede “la più grande fioritura mai vista della parola scritta”.

Il respiro del libro lo si coglie subito, fin dalle prime pagine, dove Ferrari parla della fortuna e del privilegio che ci è toccato, quello di assistere al tramonto di un mondo e alla nascita di uno nuovo. Poche generazioni hanno avuto questa fortuna. A una velocità paragonabile a quella di oggi solo chi ha vissuto tra l’Italia e la Germania a cavallo tra quattrocento e cinquecento.

Il libro è organizzato in tre capitoli, che corrispondono ai tre libri: il libro manoscritto, il libro stampato e l’ebook. Interessantissimi i due capitoli sul libro manoscritto e quello stampato, per nulla eruditi, ma pieni di sorprese, di storie sconosciute e di connessioni inedite che illuminano anche il nostro presente.

Sapevate, per esempio, del “fondo navi” della biblioteca di Alessandria? Tutti i libri che si trovavano sulle navi che approdavano al porto venivano sequestrati e copiati. L’originale lo teneva la biblioteca, la copia veniva restituita al proprietario.

Eppure ai greci dei libri in quanto oggetti non importava nulla e raramente li menzionano. Per loro contava solo il contenuto. I monaci medievali, invece, copiavano senza capire molto, tutti presi dalla mania di conservazione di quegli oggetti che apparivano soprattutto come “preziosi relitti del naufragio del mondo antico”. Furono gli umanisti a riconciliare l’oggetto libro con il suo contenuto, aiutati dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, l’arte “nera” perché nata dall’unione tra scrittura e oreficeria (sbalzare un tipo, cioè un carattere in metallo, era un vero lavoro da orafi), un esempio di innovazione nata dalla connessione tra due ambiti molto distanti.

Ogni cambiamento tecnologico del supporto delle parole scatena la creatività degli uomini, il libro stampato soprattutto. In pochi decenni nasce il libro come lo conosciamo oggi: la stampa diventa il tratto caratteristico della modernità, il libro la metafora stessa dell’universo.

Ferrari colloca il nuovo spartiacque, l’acme del libro, nel 2007, subito prima della grande crisi, e la sua analisi del mercato editoriale è lucida e documentata. Veniamo così a sapere che la “letteratura della conoscenza” – ciò che leggiamo per conoscere, informarci, formarci – costituisce il 50% del mercato e nei fatti è già quasi interamente digitale. La “varia”, che comprende la narrativa e tutto ciò che leggiamo per piacere e per noi stessi, costituisce l’altro 50% e si avvia a un periodo di lunga convivenza tra carta e digitale, ma tutto a favore di quest’ultimo.

In realtà, per Ferrari, più che di una rivoluzione di tratta di un viaggio verso l’ignoto, ma un viaggio speranzoso, non dissimile da quello affrontato da altri geniali innovatori del passato, come Aldo Manuzio. Se del libro come oggetto, come unità concettuale “non ha più senso parlare”, qual è il ruolo e il compito dell’editore? Fare quello che ha sempre fatto:

Scegliere gli autori e le loro opere e accompagnare gli uni agli altri al contatto con il pubblico. Questa essenza del pubblicare, non il semplice rendere pubblico, come appendere un manifesto, ma l’annunciare, l’offrire, il presentare al pubblico con la credibilità che deriva dalla propria storia, dalle proprie scelte, dalla propria coerenza. Pensare che possano esistere libri, di carta o elettronici, senza editori è una ricorrente puerilità, una colossale sciocchezza. Tutti sanno sempre tutto sui libri, ma dopo, solo dopo. L’editore è colui che sui libri sa qualcosa, forse poco, forse pochissimo (e forse si sbaglia), ma lo sa prima. È il cireneo che si carica la croce sulle spalle e affronta il giudizio del pubblico. Mentre tutti gli altri se ne stanno comodamente seduti in platea a godersi lo spettacolo, lui è quello che mette in scena. Certo, insieme al vigore (perduto) nell’asserire la propria funzione, gli editori dovranno trovare la forza di cambiare in profondità il proprio modus operandi, di dargli e di darsi un nuovo senso. Dopotutto sono solo all’alba di una nuova era.

Vincerà semplicemente chi avrà più idee, più nuove, migliori. È questo il vero dono che ci ha fatto l’ebook, l’ultimo (in ordine di tempo) tra i doni del libro. Non bisogna essere pessimisti sul futuro del libro. Il libro, lui stesso, è un gesto di ottimismo, di fiducia nella volontà degli uomini di dirsi, di raccontarsi, di raccontare quello che si è visto e scoperto. E insieme un gesto di fiducia nel desiderio di ascoltare, disposti a dimenticare se stessi per il piacere di immedesimarsi, diventare altri. Il libro è uno scambio del meglio che abbiamo e che riceviamo. Il libro è un dono.

 

Pensieri e progetti in movimento

10 ago

Ho passato l’ultima settimana lontana dagli schermi, praticando con passione e altrettanta fatica almeno cinque ore di yoga al giorno. Per il resto, solo aria aperta, camminate e due o tre ottimi libri che ho riempito di annotazioni a matita e di cui vi parlerò a breve. Sono stacchi sempre più indispensabili, che mi allontanano dalla testa perché coinvolgono tutto il corpo, il respiro all’interno e l’aria che mi circonda all’esterno.

Naturalmente mi capita di domandarmi almeno dieci volte al giorno chi me lo fa fare di stare lì a tentare di resistere in posizioni improbabili e in equilibri precari, a cadere e rialzarmi mille volte. Se rimango è perché so la risposta: la coscienza non è solo in quel posto misterioso chiamato mente, è in tutto il corpo e più lo muoviamo e ci lavoriamo, più risorse scopriamo di avere.

Più o meno la stessa risposta l’ho trovata in uno degli ultimi capitoli della Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli, che ho finito di leggere sotto l’ombra di un grande nocciolo. Se volete una ragione in più per stare lontani dagli schermi almeno per qualche giorno e capire quanto può essere importante il corpo e la sua energia anche nelle attività intellettuali e creative, leggete queste due bellissime pagine di Falcinelli:

Accanto alle esperienze simulative, gli schermi, con la loro riduzione del percepito a pixel, favoriscono un approccio mentale, incorporeo, teorico. Un rimprovero che a ragione può essere mosso loro, riguarda l’eccessiva smaterializzazione delle esperienze.

Un aspetto importante, legato al funzionamento profondo della nostra mente, è il fatto che questa si forma, apprende, inventa in base ai modi che le mettiamo a disposizione. Se passiamo tutto il tempo davanti allo schermo, il nostro cervello finirà per ripetere sempre uno stesso pattern, come il topo imprigionato nel labirinto del laboratorio. Le pratiche artistiche e artigianali hanno invece sempre comportato un uso specifico del corpo e dello spazio: non c’è mai stato un guardare senza un fare. Sarebbe una grave svista non considerare quanto conta il corpo nella formulazione del pensiero creativo. Scolpire, dipingere, suonare non sono attività che si fanno da seduti guardando il soffitto: le idee della scultura non vengono prima di scolpire, ma vengono scolpendo.

Quando prendiamo appunti, quando schizziamo, quando progettiamo, inventiamo o scarabocchiamo, stiamo mettendo in atto pratiche mentali diverse, senza confini precisi tra scrittura, organizzazione e disegno: perché le attività grafiche sono, più in generale, un modo in cui spostiamo il pensiero sul foglio. Per questo, progettare esclusivamente al computer rischia di farci perdere delle possibilità: la rigidezza di immissione della tastiera e del mouse ancora non ci consentono la libertà di pratiche miste, che ci permettono invece carta e penna. Lo stesso touchscreen rimane una procedura piena di vincoli: possiamo fare solo quello che è stato previsto a monte, niente altro.

Nelle attività progettuali, rimane invece fondamentale poter saltare da un uso a un altro: pensate la scarica fisica che comporta per un bambino cancellare un disegno di cui non è contento, l’energia è anche la violenza con cui si nega un segno, seppellendolo sotto altri segni. Anche il cancellare fa parte del mettere le idee sulla carta. Il valore sinestetico del disegno è poi indubbio, sia nella produzione che nella fruizione. La grana ruvida o liscia di un supporto o di un materiale è un’esperienza precisa; calcare sul foglio o muoversi leggeri è subito, mentre lo si fa, fonte e prodotto di uno stato multisensoriale.

Rinunciare al disegno in nome della sveltezza o del progresso digitale comporta rischi enormi: significa rinunciare anzitutto a una pratica motoria, alle potenzialità ragionative che nascono dall’uso del corpo.

Anche se ogni giorno si celebra trionfalmente la creatività, nei fatti però designer, illustratori, architetti svolgono sempre più il loro lavoro seduti come impiegati, secondo posture rigide e schemi ripetitivi. Lo scarabocchiare, il dipingere, l’incollare, lo scattare fotografie (magari in pellicola) andrebbero recuperati non per nostalgia antidigitale, ma per proporre al corpo altre posture e quindi altre idee.

Non è un caso, infatti, che la grafica globalizzata tenda spesso ad assomigliarsi un po’ tutta. Non si tratta di mera influenza culturale, ma di modo di procedere. Tutti i designer compiono gli stessi movimenti, maneggiano pixel: un po’ più a destra; ruotato; di nuovo a destra; abbassato; poi sopra; e taglia; e incolla. Così all’infinito. Il design dovrebbe essere un modo di ragionare, di impostare problemi, di raccontare storie, non può ridursi a maneggiare box o a spostare pixel.

PS A pensare in movimento nei giorni scorsi ero qui. Lo yoga e la scrittura hanno molto in comune. Anni fa ci ho scritto un intero Quaderno.

Un libro grandioso e decisivo sul visual design

28 lug

Di solito scrivo di un libro dopo averlo finito, ma Critica portatile al visual design di Riccardo Falcinelli è talmente bello, ricco e decisivo che non ho resistito e arrivata a pagina 213 (su 300) condivido il mio entusiasmo.

Naturalmente è un libro decisivo per me, e per decisivo intendo uno di quei libri che non finiscono lì, ma ti aprono tante altre porte, ti mettono in moto il pensiero, ti fanno fare mille collegamenti e ti rendono felice mentre li leggi.
Libri così non ne ho incontrati molti. Decisivi sono stati negli anni i libri di Annamaria Testa, di Tullio De Mauro e di Massimo Birattari tra gli italiani. Tra gli stranieri Fifty Writing Tools di Roy Peter Clark, Proust e il Calamaro di Maryanne Wolf, Thinking with type di Ellen Lupton, La storia del mondo in 100 oggetti di Neil Mac Gregor. Dopo averli letti, ho considerato le parole e le immagini sotto un’altra luce e ho sentito di aver fatto un piccolo passo avanti.

Critica portatile al visual design mi sta facendo lo stesso effetto. Come con un romanzo, sono strattonata tra l’istinto di correre avanti per la curiosità di scoprire quanto ancora mi aspetta e quello di frenare perché so che mi dispiacerà arrivare alla fine. Mi consolerò rileggendo con calma i 21 brevi capitoli, ognuno dei quali ha l’autoconsistenza di un piccolo saggio: Visualità, Industria, Serie, Design, Riproducilbilità, Consumo, Contesti, Identità, Marchio, Display, Codici, Caratteri, Lettura, Layout, Iconografia, Esattezza, Narrazioni, Fotografia, Schermi, Stile, Miti.

Questo elenco vi dà un’idea dell’orizzonte di questo libro, che definirei “grandioso”. È al tempo stesso racconto, manuale ed enciclopedia. Spazia dall’antichità alla contemporaneità. Vi trovate una moltitudine di personaggi, da Aldo Manuzio a Luigi XIV, da Dürer a Hokusai, da Topolino a Wallis Simpson. Storie appassionanti come quella moderna della bottiglia della Coca Cola o quella millenaria del maiuscolo romano. Definizioni semplici, limpide e illuminanti, come quella di Marchio o di Stile.

Eppure in questa vastità non c’è un briciolo di dispersione, grazie al rigore della prospettiva che inquadra il visual design fin dall’introduzione: visual design sono “tutte quelle cose progettate anzitutto per lo sguardo”. Progettate, non create, e questo restringe ulteriormente il campo alle cose progettate per essere riprodotte secondo procedure precise, pensate a monte per “informare, raccontare o sedurre gruppi di persone all’interno della società di massa”. Quindi una moltitudine tra le cose che ci circondano, dal marchio del Parmacotto al layout del passaporto, da un palinsesto televisivo al catalogo Ikea, dal trucco di un’attrice allo struzzo di Einaudi.

La struttura del libro è rigorosa, ma il trascorrere delle storie e delle immagini gli danno un ritmo quasi epico, in sintonia con uno dei suoi messaggi forti: ogni parola, oggetto, segno, manufatto vive solo in rapporto con qualcos’altro, che sia il momento storico in cui nasce o quello che già sappiamo nel momento in cui guardiamo o leggiamo, o l’uso che ciascuno di noi ne fa, o il contesto in cui è immerso. Il tutto espresso con un linguaggio così limpido e preciso da farne un libro estremamente divulgativo, accessibile a tutti, che sarebbe bello trovasse posto in ogni biblioteca scolastica.

PS due numeri: 344 illustrazioni, 17 euro

Che ne dite di un testo a forma di imbuto?

23 lug

Piramide rovesciata. clessidra, diamante… sono tanti i modelli che si possono adottare per ordinare le informazioni in un testo. In Lavoro, dunque scrivo! ho giocato con qualcuno di loro, ma ultimamente mi diverto a scoprirli anche all’interno di una piccola porzione di testo, magari un solo capoverso. Nei testi altrui, e qualche volta anche nei miei, dopo averli scritti di getto.

Un testo è sempre una piccola architettura percorribile, ma le sue forme – così come quella delle case – possono essere diversissime. La differenza con l’arte e la scienza architettoniche è che scrivendo difficilmente decidiamo prima quale sarà la pianta della casa. Lo “scrittore interiore” dominato dal nostro inconscio spesso la fa da padrone. Ma se ci affidiamo anche a lui, raramente sbagliamo. Per questo parlo di “scoprire” una forma, un modello: buttiamo giù il testo di getto, ma il bello è non fermarsi lì e capire perché ci piace e funziona così bene.

Se mi sto dedicando alle porzioncine è perché la lettura su smartphone e tablet porta a zoommare su di loro molto più di prima. Basta un gesto delle dita e un capoverso campeggia sullo schermo facendo scomparire tutto ciò che c’è attorno per diventare il protagonista assoluto.

Così qualche giorno fa ho esclamato “Ma questo è un imbuto!” leggendo questo testo:

In un giorno imprecisato del 1524, Marcantonio Raimondi, forse il più grande incisore dei suoi tempi, viene arrestato dalle guardie di papa Clemente VII e rinchiuso nelle carceri vaticane. È coinvolto in un crimine spaventoso e sporchissimo. Non si tratta di omicidio o furto, non è magia nera e neppure eresia. A quanto ci risulta, si tratta di un crimine nuovo, mai commesso prima. É accusato di quello che, con un termine moderno, chiamiamo “design”:

L’autore la prende alla larga, proprio come la bocca di un imbuto. Vi contribuiscono il ritmo sintattico disteso, le scelte lessicali (in un giorno imprecisato), il cominciare da un giorno di quasi cinque secoli fa. Inizia una storia.
L’imbuto si stringe, e la sintassi lo asseconda con una frase molto più breve della prima. Il crimine viene definito con soli due aggettivi forti, che accentuano l’attesa.
L’imbuto si stringe ancora di più, con una serie ritmata di scarti: non si tratta, non è, neppure… oddìo, cosa sarà mai?
L’imbuto si fa strettissimo e alla fine si concentra in una sola parola: “design”.
Ma siccome l’imbuto è un oggetto unico, funzionale e a suo modo armonico, la parola design con il suo aggettivo moderno si ricollegano a quel giorno imprecisato del 1524, chiudendo il disegno dell’oggetto.

Ogni tanto faccio da sola di questi esercizi, che mi fanno riflettere su come la sintassi contribuisca, con la sua sola forma, a creare un messaggio, persino un’atmosfera. Strumento per ordinare le parole sì, ma con un suo autonomo valore espressivo su cui non sempre ci soffermiamo.

E poi, lo confesso, era anche per cominciare a scrivere in una giornata in cui sono un po’ svogliata e per segnalarvi il libro cui questo incipit appartiene, che mi guarda tentatore mentre il dovere mi chiama. Un libro bellissimo, che merita un post dedicato nei prossimi giorni: Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network di Riccardo Falcinelli (Einaudi Stile Libero).

Ecco, ce l’ho fatta. Anch’io ho creato il mio imbuto.

Maiuscole e monotoni rettangoli

21 lug

Sarà perché sono laureata in storia dell’arte e l’interesse per le immagini è arrivato ben prima di quello per le parole o sarà perché oggi tutto è immagine (anche il testo!), ma do sempre una grandissima importanza all’aspetto visivo, anche di un avviso, anche di una paginetta semplice semplice.

Non credo che un buon aspetto salvi un testo scadente, ma di sicuro esalta moltissimo un testo già buono. E non sto parlando di chissà quali soluzioni grafiche, che non sono alla mia portata, ma della scelta della font, dell’interlinea, degli stili del carattere. Tutte cose che a scuola non si studiano e che invece oggi sono sempre più importanti anche nella comunicazione quotidiana.

Per questo mi colpisce sempre il ricorso al TUTTO MAIUSCOLO quando si desidera che il messaggio attiri l’attenzione e sia letto dal maggior numero di persone: avvisi in un ufficio pubblico, disposizione sulla sicurezza o un capoverso particolarmente importante all’interno di una lettera o in un’email.

Invece, bisogna resistere alla tentazione, perché il tutto maiuscolo è percepito dagli occhi come un monotono rettangolone, difficilissimo da leggere, come ci fa notare da anni la guida di stile dell’università di Yale:

Il ricorso al tutto maiuscolo mi colpisce sempre, ma all’inizio di luglio su un autobus di Modena mi ha fatto veramente fare un salto: il Regolamento di Viaggio scritto interamente in maiuscoletto, in tutto quasi 80 lunghissime righe, per di più da leggere su un mezzo in movimento. Praticamente un muro impenetrabile:

Un effetto voluto, come quello con i quali i produttori di cosmetici mascherano i vari benzyl o paraffinqualcosa per non farci leggere che schifezze ci accingiamo a spalmarci sulla pelle?

Penso proprio di no, perché incuriosita mi sono messa a leggere e ho trovato che l’azienda dei trasporti pubblici modenesi ha saputo scrivere un testo chiaro e a tratti riuscito e sorprendente. Per esempio, ho apprezzato molto la parte che descrive i doveri dei conducenti dei bus e non solo quelli dei viaggiatori, come è di solito:

Nei rapporti con la clientela il personale SETA dimostra la massima disponibilità, risponde alle richieste di informazioni usando la massima precisione e improntando il dialogo e gentilezza. Evita le discussioni, astenendosi dal rispondere a critiche o commenti, mantenendo un atteggiamento disponibile e conciliativo, rimandando sempre la definizione dei conflitti alla direzione e agli organi competenti.

Disponibilità, precisione, dialogo, gentilezza… che belle parole per un’azienda pubblica! Perché nasconderle dietro muri di maiuscole?

Meditazione sulle parole, lì dove capita

16 lug

Lo tenevo lì, questo tweet della Guida di stile dell’Economist, pronto per un post che ho rimandato di giorno in giorno e poi di settimana in settimana. È stato un periodo densissimo di lavoro, in cui mi sono dovuta concentrare sul fare lasciando da parte il leggere, navigare e riflettere, dai quali nascono sempre i post di questo blog. Poi una piccola vacanza in cui ho scelto di disconnettermi completamente, come faccio ogni tanto.
Ma sia le attività professionali – tante giornate in aula, l’editing del libro di un amico e un sito da completare, la programmazione autunnale – sia i miei giorni di fuga dal web sono stati sotto il segno del togliere il superfluo, del ripesare, del togliere peso.

Per cui il lapidario ma eloquente tweet dell’Economist per ricominciare ci sta proprio bene. Un rifugio sicuro è un rifugio, l’esperienza passata è ormai solo esperienza. E un omaggio gratuito? Solo un omaggio! Un intero insieme di cose, un semplice insieme.
Persino stamattina sono inciampata in un’applicazione concreta. Potrà mai essere astratta, l’applicazione? 
Nel tempo sono diventata una maniaca nello strappare queste piccole erbacce dai giardini testuali:

singolo individuo

fase pilota iniziale

direttrici principali

basi fondamentali

esigenze specifiche

di colore rosso

focus particolare

principali priorità

in lingua inglese

della durata di sedici minuti

di natura riservata

di carattere confidenziale

protagonista principale

entro e non oltre

progetti futuri

storia passata

risultato finale

prerequisito necessario

al momento attuale

istruzioni operative

tre diverse sezioni

cinque diverse soluzioni

a partire dal 5 dicembre

nel corso del 2014

il giorno 31 luglio

Piccole erbacce, non erbe infestanti, e si potrebbe obiettare che una parolina o qualche battuta in più non fanno poi tutta questa differenza. Vero, non la fanno tanto per il testo, forse neanche tanto per chi legge.  Ma la fanno sicuramente per chi scrive, perché ci abituano a fare attenzione, a pesare le parole, ad andare oltre gli automatismi e a esercitare la consapevolezza. Una disciplina e una pratica che una volta acquisita rimane con noi come una compagna fedele in tutte le nostre scritture, che aguzza la vista e raffina l’ascolto.

Nei miei giorni di disconnessione ho passato alcune ore solo a osservare il mio respiro e a reimparare a camminare lentissimamente, come se ogni passo fosse l’unico. Respirare e camminare sono due attività automatiche, che bisogno c’è di rallentarle e puntarci l’attenzione? Fino a non molto tempo fa lo pensavo anch’io, finché non mi sono abituata a provare la freschezza dello sguardo dopo un’ora ad occhi chiusi o la vividezza dei colori dopo una camminata al rallentatore. Vedi cose che prima non vedevi e provi sensazioni come se fosse la prima volta. Con le parole e la scrittura è un po’ la stessa cosa: chiamiamola la meditazione sulle parole. Sono a portata di mano, proprio come il respiro, anche sull’autobus o al supermercato.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.072 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: