Maam: la maternità è un master

23 set

Ci sono i libri tuoi, che sono come i figli. Ma subito dopo ci sono quelli che hai visto nascere e crescere, che sono un po’ come i figliocci. Li segui con apprensione e auguri loro ogni bene. Io di figliocci ne ho ormai parecchi e l’ultimo, cui sono affezionatissima, è Maam: la maternità è un master, uscito pochi giorni fa, scritto da Andrea Vitullo e Riccarda Zezza.

Completo la mia dichiarazione di trasparenza dicendo che Andrea Vitullo è un amico fraterno, che ha molto contato nelle mie scelte professionali degli ultimi anni e anche in qualcuna personale. Ma se ha contato così tanto è perché ha una capacità non comune di guardare lontano e di sapersi tirare dietro gli altri verso obiettivi che sembrano pura utopia, irraggiungibili.

Così è con Maam. Lui e Riccarda ci dimostrano – esperienze internazionali e dati alla mano – che quelle famose competenze manageriali e di leadership che le aziende vanno cercando in giro e per cui mandano i propri dirigenti a fare team building scalando montagne o scendendo giù da una cascata, le hanno già in casa e in estrema abbondanza. “Perché con un bambino entra in casa una scuola di management (e non ne esce più)”.

Le competenze sono quelle delle mamme, dei papà e di tutte le persone che hanno sensibilità e attitudine alla cura degli altri. Quelle mamme che le aziende spesso emarginano dopo la maternità, quei papà cui chiedere un congedo o un part-time rischia di costare molto caro in termini di retribuzione e di carriera.

Ecco come partono i nostri due autori:

In questo libro raccontiamo una storia: la storia più antica del mondo, quella della maternità. Ma, soprattutto, raccontiamo la sua evoluzione: come la principessa delle favole che non dorme più ma scende in campo e combatte, così oggi la mamma sembra avere tutte le doti necessarie per cambiare, in meglio, il mondo del lavoro. Calore umano, agilità mentale, voglia di far vincere tutti. Doti che a casa ci sembrano naturali, sul lavoro diventano preziose, inestimabili agenti di cambiamento. Proprio quelli che le organizzazioni sembrano cercare dappertutto, senza accorgersi di averlo già al loro interno.

La maternità, con tutte le sue meraviglie e ombre, ci conferma così qualcosa di molto interessante… che tutti già sappiamo: il nostro modo di lavorare deve cambiare. Ci sono regole del gioco da buttare via per fare spazio, per vedere, per far succedere altro. Per essere felici in ogni momento della vita, senza sacrificarne uno per averne un altro.

Questo cambiamento di paradigma riguarda le donne e gli uomini, con figli e non. Ci coinvolge tutti. Possiamo partire dall’esperienza della cura per cambiare il mondo. Il lavoro in particolare.

Così com’è il mondo non funziona più e ha bisogno di essere “riparato”. Per farlo, possiamo partire da qualcosa di sostanziale: dalla vita, della nascita, dall’inaspettato. Buttiamo via le vecchie regole, inventiamo qualcosa di nuovo.

Il libro è un vero kit per inventare il nuovo, per approfondire e affermare la leadership materna. Che non è certo un’esclusiva femminile, ma un nuovo modo di essere per tutti. Anzi, credo che una delle parti più sorprendenti sia l’ultimo capitolo dedicato agli uomini, a quanto possano sentirsi più ricchi e liberi di dare se sul lavoro non devono sentirsi obbligati a indossare la corazza del guerriero.

Maam è un libro, un progetto di cambiamento, un sito. Andrea Vitullo e Riccarda Zezza lo presentano sabato prossimo, 27 settembre, alle 11.30, alla Triennale di Milano.

Su questo blog leggi anche:

Cambiate passo, ma soprattutto fiorite!

Le parole della PA: non tutto è perduto

22 set

Qualche giorno fa Valentina Falcinelli riceve una terrificante (non solo per noi business writer) “Nota Informativa” dalla Regione Lazio. Presa dal sacro furore editoriale ci scrive su un gran bel post: Formattazione, leggibilità, maiuscole. Regione Lazio: t’ho fatto le bozze. La conclusione è un invito: “Quindi, cara Regione Lazio, io la tassa automobilistica la pago. Tu magari vedi di pagare un business writer, ok?”

Valentina è molto più giovane e molto meno rassegnata di me, per fortuna. Io sfogliai il primo Codice di stile della pubblica amministrazione molti anni fa, e fu una vera rivelazione. Mi sembrò una cosa avanzatissima e lo era. Per questo quando ricevo le comunicazioni del Comune o dell’Agenzia delle Entrate sono meno combattiva e piuttosto mi piange il cuore.

Quasi tutto quello che ho imparato sulla scrittura chiara ed efficace – cose che ho applicato anche in complicatissimi contesti aziendali – l’ho imparato su testi concepiti per la pubblica amministrazione e spesso scritti da funzionari e dirigenti della PA (qui trovi le migliori guide di stile e qui i libri che più mi hanno ispirata). Eppure non molto di questo patrimonio di professionalità, intelligenza e volontà sembra essere stato messo a sistema, un altro segno dello spreco di talenti che si fa da troppo tempo in questo paese.

Lo scrivo con tristezza, sapendo anche quanto sia difficile per una volenterosa amministrazione farsi aiutare da un professionista della scrittura. E per un professionista lavorare con un’amministrazione. C’è sempre un’autorizzazione alla spesa che manca o che arriva troppo tardi, un cavillo che ti decurta a posteriori il compenso, un Durc che devi presentare anche per un solo giorno di formazione e che ritarda il pagamento alle calende greche. Alessandra Farabegoli ci ha scritto tempo fa un post memorabile.

Ma scrivere un post all’inizio della settimana è anche un modo per riprendere coraggio e ottimismo e spesso il ritardo si può trasformare in vantaggio, perché ci si può ispirare a chi intanto ha fatto meglio di noi.

Chi ha fatto meravigliosamente è la pubblica amministrazione britannica e i suoi siti sono sotto gli occhi di tutti: siti usabilissimi, dove trovi tutti quello che cerchi e ti serve davvero “in pochi clic” (non a parole), con un tono di voce perfetto, “naturale, ma preciso” e autorevole, come scrivevo tempo fa.

Cosa c’è di più naturale e preciso di una domanda?

Di più autorevole di un impegno ?

Nota bene: successi e fallimenti!

Nessun timore di usare parole quotidiane e sintassi essenziale per introdurre il processo legislativo:

E quando c’è una parola più difficile, ecco la spiegazione:

Obiezioni:
“È web, non carta!” Vero, ma il web insegna a scrivere mille volte meglio anche sulla carta.
“Ma con l’inglese essere più semplici è più semplice!” Falso, e l’italiano ha persino qualche vantaggio in più.

Visit, enjoy and learn!

Una sola fonte al giorno? Questa.

17 set

Appena due giorni d’aula e oggi mi ritrovo un Feedly pieno all’inverosimile e centinaia di tweet da scorrere (eh sì che sono già molto selettiva con le mie fonti). Finito di spulciare e sistemare le cose utili in Evernote (devo a Gianluca Diegoli la spinta a utilizzare questo servizio come si deve e qui pubblicamente lo ringrazio), il senso di annegare nelle informazioni e di essere comunque sempre indietro è tornato a farsi sentire.

Allora ho ripensato a This., il servizio di The Atlantic di cui ha parlato Barbara Sgarzi sul suo blog qualche giorno fa. In perfetto stile slow web, This. “permette di condividere un solo link al giorno: quello che reputiamo davvero interessante per noi e il nostro network”. Allora mi sono chiesta “se dovessi scegliere una sola fonte al giorno, per quale opterei al momento?”

La risposta mi è arrivata spontanea: il blog di Mario García, senza ombra di dubbio. García non scrive di scrittura, né di marketing. La sua è una grandiosa e splendida nicchia: fa il newspaper designer, anzi re-designer, visto che oggi è impegnato soprattutto nella trasformazione digitale dei giornali. Ne progetta siti e app, e ne riprogetta la carta perché sia in sintonia con le versioni digitali. In più, insegna alla scuola di giornalismo della Columbia.

Ecco quello che trovo ogni giorno sul suo blog:

  • post lunghi e generosi, ma preceduti da un sintetico takeaway che mi dice subito se quella lenzuolata di testo e immagini è di mio interesse
  • l’attualità assoluta: solo negli ultimi due giorni un ricchissimo dossier multimediale sul redesign del Financial Times (che bello l’approfondimento sulla font Financier!) e le impressioni suscitate da Apple Watch (con gli impatti sulla scrittura dei titoli)
  • la prospettiva e il tono di voce del tutto personali: spesso l’occasione di un post è un’attesa in aeroporto, sfogliando un giornale o dando un’occhiata ai loghi delle compagnie aeree, che gli suggeriscono una serie di considerazioni sui brand; ne segui il pensiero, ma anche la vita e questo te lo rende una presenza quasi familiare
  • la semplicità e vivacità del linguaggio: se riesci a leggere post così lunghi è anche grazie alla conversevolezza di García, di cui ti sembra di sentire la voce
  • l’ampiezza della visione e la curiosità per il nuovo di questo anziano signore: carta, web, app, tablet e ora wearables sono gli strumenti del suo media quartet, l’orchestrazione delle news
  • la generosità: non lesina nulla in fatto di novità, suggerimenti, immagini e anche pensieri estemporanei.

Accanto al blog vi suggerisco un’altra creazione editoriale di García: l’ebook dedicato al tablet: Ipad Design Lab. Storytelling in the Age of the Tablet. È di due anni fa, ma ha promesso di aggiornarlo al più presto.

Effetto Luminol

13 set

Leggere #Luminol di Mafe de Baggis, uscito come ebook solo l’altro ieri, mi ha fatto bene.

Nella sua introduzione Mafe chiama in causa soprattutto i giornalisti, politici e intellettuali che rifiutano a priori di vivere la rete e quindi di capirla, ma l’effetto benefico dell’illuminazione è davvero per tutti, perché ognuno si troverà di fronte ai propri pregiudizi, resistenze, desideri e paure. Confesso che i miei mi hanno fatto una certa impressione, la mia orsaggine in primis, quella che mi porta a privilegiare tutti i media in cui posso esprimermi molto senza interagire troppo.

“I social media non sono niente senza quello che ci mettiamo dentro noi” e questo bel saggio breve che si legge piacevolmente in un’ora ci parla, appunto, soprattutto di noi.

Il frutto di tutte le spruzzate di luminol che l’autrice è andata spargendo in giro sono sette vizi umani e altrettante virtù rivelate da internet. Queste ultime ci ricordano che poche generazioni nei 50.000 anni di esistenza dell’homo sapiens hanno avuto la fortuna di vivere un periodo denso di opportunità come il nostro. Quindi, per concludere con l’hashtag di Mafe, spruzzate il luminol e #bastalagne.

 

L’usabilità delle piccole cose

10 set

Ho lavorato gran parte della mattina alla semplificazione di un modulo contrattuale. Due sole pagine, ma un vero campo di battaglia. Sapevo già che avrei dovuto togliere molte parole superflue (ivi comprese, la presente dichiarazione, le polizze suddette, ostativo, relativo a, pari a…) per far posto a elenchi puntati e ingrandire le terribili “small print”. Il tutto senza dilagare a pagina 3 e facendo “vedere” la trasparenza dell’azienda.

Però la cosa che mi ha dato più soddisfazione è avere dimensionato gli spazi da riempire. Vado sempre in bestia quando devo scrivere il codice fiscale in uno spaziettino e al contempo ho uno spazio enorme per il cap o per la provincia. Non parliamo poi del mio indirizzo email – mestierediscrivere.com –, che non entra mai da nessuna parte. A ogni informazione il giusto numero di battute.

L’usabilità del quotidiano è anche nelle piccole cose, che a volte hanno un impatto enorme. Mi ha molto colpito, ultimamente, l’indicazione “voi siete qui” nelle cartine che a Londra trovi a ogni angolo di strada. Non c’è il famoso pallino rosso, che non ti dà alcuna indicazione su come sei orientata, a cosa dai le spalle e cosa hai di fronte. C’è invece una lineetta con sopra una freccetta: sai subito che la lineetta è la tua schiena e la freccetta la direzione del tuo sguardo. Così non devi andare a vedere i nomi delle prime traverse per capire dove dirigerti.

Copy ed editor, fatevi avanti!

9 set

The Writer, che ogni tanto cito in questo blog, è una delle più brillanti agenzie di “writing and brand language consulting”. Dalle sedi di Londra e New York aiuta le aziende di tutto il mondo a trovare le parole che meglio le esprimono e le rispecchiano, e insegna loro a farle proprie in ogni comunicazione, anche la più quotidiana.

Ora cerca copywriter ed editor freelance di madrelingua italiana, per un progetto che annunciano molto “corposo”. Fatevi avanti!

Post di impulso sulla scrittura dei post

8 set

Questo è proprio un post di impulso, che è cresciuto da sé mentre leggevo l’ultimo di Giuseppe Granieri, dedicato a Quello che noi blogger sbagliamo (e anche i giornalisti). Granieri ha ragione in tutto e mi sono perfettamente riconosciuta nella blogger che predica bene (speriamo!), ma razzola male (di sicuro!).

Link e dati alla mano, GG ci ricorda che se vogliamo farci leggere – almeno un po’ – non dobbiamo trascurare qualche regoletta che ormai dovremmo conoscere a memoria:

1. Il titolo è tutto
Anzi, meglio due: uno per Google, uno per i social.

2. Cavolo, non è un libro!
Quindi: paragrafi brevi, titoletti, corpo del carattere di grandezza decente.

3. Takeway (se non sai cos’è, guarda qui come li scrive un vero maestro)
Fai subito capire al lettore cosa si porterà a casa.

4. Immagine
È come un titolo che funziona.

Su queste cose ho sproloquiato in abbondanza anche io, anche se i miei titoli sono misteriosetti, i paragrafi lunghetti, il takeaway assente, l’immagine qualche volta c’è e qualcuna no. I motivi, però, li conosco benissimo e si riassumono nel fatto che qui – non nel sito di un cliente, ma nel mio personalissimo blog – di abbassare del tutto l’asticella, di spalancare il cancello, di rinunciare a ogni piccola sfida… non mi va!

Mi va, invece, che il titolo contenga anche qualche ambiguità e qualche ombra, che il proprio personale take away ognuno se lo scopra da sé, così come mi piace disseminare quello che forse sarà ritwittato all’interno del corpo del post invece di suggerire io un tweet this! Si perde forse qualche lettore, ma si capisce meglio cosa apprezzano, cosa li colpisce, cosa hai scritto meglio, cosa peggio.

Mi va, soprattutto, di scommettere che chi leggerà fino in fondo lo farà non attirato da frasette cortissime (io ormai li chiamo i “testi sbrindellati”, che tra l’altro trovo faticosissimi da leggere), ma irretito dal ritmo, dal suono, dalla staffetta tra le frasi, in cui ognuna consegna all’altra qualcosa, così che il lettore non possa fare altro che andare avanti.

Mi va, infine, di continuare ad allenarmi su testi che facciano onore alla loro etimologia, testi “tessuti”, anche se i post non sono un rotolo di stoffa o una coperta, ma solo dei piccoli campioncini, degli “imparaticci” si diceva una volta. Se non ci lavori un po’ tutti i giorni perdi la mano, e come fai poi quando arriva il momento – perché arrivare arriva – in cui ti chiedono di realizzare un complicatissimo tessuto?

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