I miei testi lunghi a C-Come

14 Feb

Sabato 30 gennaio si è svolta la terza edizione di C-Come, il bell’evento dedicato al copywriting, alla creatività e ai contenuti, ideato e organizzato da Pennamontata e Studio Notarfrancesco. Un evento ormai così noto e apprezzato da non aver bisogno di presentazioni.

Io ho tenuto un intervento dedicato ai testi lunghi, il famoso longform. Mi fa piacere condividere le slide, accompagnate dal filo conduttore di quanto ho detto a voce.

 

C’era una volta… il mito della brevità

“Come leggono gli utenti sul web?” si domandava Jakob Nielsen agli albori di internet. “Non leggono!” si rispondeva da solo e tra i consigli che dava ai novelli web writer – alcuni ancora validi, altri un po’ meno – c’era il pressante invito a essere brevi. Anzi brevissimi: tagliate la metà di un testo tradizionale, raccomandava. Quell’invito alla brevità è stato ripetuto come un mantra in migliaia di siti e centinaia di libri.

Che quello della brevità o della lunghezza di un testo web fosse un falso problema lo si era capito da subito, come anche che sulla rete c’era posto per tutto, il brevissimo e il lunghissimo, purché si facesse bene attenzione al contesto e si adottassero alcuni accorgimenti. Del resto, ci aiuta anche il buon senso: se un argomento ci interessa o ci appassiona, è ben scritto e ben impaginato, andremmo avanti a leggere à gogo.

Due posture per due letture

Però è vero che la musica è molto cambiata negli ultimi tempi e lungo non è più sinonimo di noia, ma di accuratezza, attenzione, approfondimento, piacere e, naturalmente, storia. Lo slow reading si è fatto strada anche sul web.

Il newspaper designer Mario Garcia chiama questo nuovo bisogno di lentezza “second tempo”, contrapposto al “primo tempo”, il ritmo frenetico con cui leggiamo voracemente email, sms e notizie. A questi due ritmi e modalità di lettura Garcia associa persino due diverse posture del nostro corpo: il lean forward mode, che ci vede impazienti e protesi in avanti, e il lean back mode, che ci vede rilassati indietro a godere della lettura. Lo sgabello e il divano. Quelle che ci interessano oggi sono le letture da divano, quelle in cui si superano almeno i 4.000 caratteri.

L’era del longform

A inaugurare l’era del longform è stato il famoso Snowfall, il lunghissimo racconto di parole e immagini pubblicato dal New York Times. Era il dicembre 2012: nella prima settimana fu visto da tre milioni di persone, vinse un premio Pulitzer, venne osannato ma alla fine molto poco letto, tanto da essere definito “una valanga di effetti speciali“. Erano così tanti che distoglievano dal testo, che da solo, sulla carta, avrebbe probabilmente funzionato molto meglio.

Sono passati tre anni e i testi lunghi impazzano, così come le testate che ospitano esclusivamente testi lunghi.

La storia – chiamiamola così anche noi – che è stata più letta nel 2015 è un articolo di 10.500 parole, questo: What ISIS really wants. Un milione di pagine viste il giorno della pubblicazione e un’attenzione altissima per tutto l’anno. Il 25% dei lettori l’ha letto per intero, arrivando fino in fondo.

I testi lunghi piacciono, eccome

Le case che ospitano testi lunghi si sono moltiplicate: Quartz, Narratively, Highline dell’Huffington Post e, naturalmente, Medium. Anche le aziende hanno creato i loro luoghi per i testi lunghi: per esempio Eni con Eniday e Tim con Macchine Volanti.

Inoltre, ormai lo sappiamo, i testi lunghi piacciono anche a Google e ottengono più link e condivisioni dei testi brevi e striminziti. Hubspot – il famoso blog dedicato al marketing digitale – a settembre ha analizzato i fattori di successo dei suoi post dell’ultimo anno. Al primo posto c’era il titolo del post, ma al secondo il numero di parole. I post più lunghi hanno ottenuto più traffico e più condivisioni.

10 suggerimenti, un elenco aperto

Cosa vuol dire? Che ci stiamo finalmente abituando a leggere sullo schermo anche i testi lunghi e che comunque gli abbiamo trovato un posto nei nuovi ritmi della nostra giornata, fatta di letture sia protese e veloci, sia lente e abbandonate. Vuol dire che possiamo osare di più con i testi lunghi, soprattutto nel content marketing, dove non conta tanto la lunghezza ma la nostra capacità di proporre ai clienti contenuti utili, promettenti, e capaci di cambiare anche una piccola cosa importante nella loro vita.

Che fatica stare ferma mentre parlo! Ma la bravissima fotografa Monica Atzeni è riuscita a immortalarmi.

Così, dalle storie delle grandi aziende e dei grandi giornali, possiamo trarre anche noi alcuni suggerimenti per proporre al meglio i nostri contenuti lunghi. Ne ho scelti 10:

  1. Titolo ambasciatore
    Il titolo è sempre stato importante, ma oggi è davvero tutto, perché se ne va da solo per la rete ad annunciare il nostro contenuto: sui social, sui risultati di Google, in altre pagine. Da solo, deve trasmettere informazioni, credibilità, stile, tutto insieme. Pensate al titolo come al vostro ambasciatore: cosa vorreste che annunciasse al mondo? Può essere solo informativo o, ancora meglio, evocativo e informativo insieme.
  1. Sottotitolo promessa
    Il titolo da solo non basta più e in quella ideale scala testuale che nel testo digitale ci porta in profondità, il sottotitolo è un gradino fondamentale. Può essere breve come un payoff o lunghetto come un abstract, ma tra la brevità del titolo e la lunghezza del testo è lì che ci giochiamo il nostro lettore-cliente: il sottotitolo è la promessa. Vale per un’inchiesta, ma anche per un tipico prodotto di content marketing come una guida.
  1. Abstract distribuito
    Questo Jakob Nielsen ce lo raccomanda da anni, tanto da aver coniato l’espressione cake reading e cake writing, che io traduco in italiano con “scrittura millefoglie”. Tutte le sue ricerche mostrano che di fronte a una pagina lunga, il lettore scrolla prima rapidamente e legge tutti i titoletti, spesso fino alla fine, poi torna su e solo se i titoletti l’hanno convinto si mette a leggere in modo più lento, profondo e sequenziale; chiamiamolo il nostro “abstract distribuito” e i titoletti le tante porte attraverso le quali entrare nel testo. Sì, perché il testo digitale ha molteplici punti di ingresso e dobbiamo imparare a renderli tutti appetibili e percorribili.
  1. Ritmo visivo
    Un testo invita alla lettura anche attraverso la sua forma, quella che cogliamo anche prima di aver letto una sola parola. “Leggere è un modo specializzato di guardare” ci ricorda il visual designer Riccardo Falcinelli.
    Sappiamo da tempo che i testi “muro” non li legge nessuno, ma lo stesso Falcinelli ci ricorda che fatichiamo a leggere anche quelli che io chiamo i “testi sbrindellati”, cioè i testi fatti di tante frasi brevi, in cui si va continuamente a capo. La forma del testo ci deve parlare di ordine, precisione, progetto… e cosa succede quando dopo un capoverso compatto vediamo improvvisamente una frase isolata? Lì ci aspettiamo istintivamente una domanda, un punto cruciale, un cambio di scena.
  1. Frasi chiave monete d’oro
    Del paesaggio di un testo lungo fanno parte anche le caption, cioè quelle frasi o citazioni tratte dal testo, che lo interrompono con un corpo più grande, una font diversa, un diverso colore.
    Si tratta non solo di brevi testi che estrapolano i contenuti più importanti, ma anche di frasi belle, che ci fanno magari un po’ emozionare, quelle che un docente di scrittura statunitense che amo molto, Roy Peter Clark, chiama “le monete d’oro” e che raccomanda di spargere  lungo il cammino.
    Le caption sono un buon test: se non riusciamo a estrarne almeno un piccolo numero, c’è qualcosa che non va anche nel più informativo e preciso dei testi.
  1. Immagini & didascalie
    In un testo lungo le immagini – che siano foto, illustrazioni o grafici – sono fondamentali. Quando sono a tutta pagina, aboliscono la divisione tradizionale tra below e above the fold o sopra e sotto lo scroll e da sole invitano ad andare oltre, anche senza la pur utile freccetta. Se sono isolate, valutate se inserire una didascalia; a volte funzionano bene senza, ma molto più spesso la didascalia è un altro importante punto di ingresso da non trascurare e il suo testo può giocare con quello principale.
  1. Incipit tondo
    In un testo lungo possiamo prenderla un po’ più alla larga e non è affatto detto che la famosa piramide rovesciata funzioni, anzi, spesso funzionano meglio la sorpresa o il catapultare il lettore “in medias res”, in una situazione, in una storia. La spirale al posto della piramide.
  1. Prima frase fulminea
    Non è una regola, per carità, ma quasi sempre un buon testo lungo ha una prima frase brevissima, fulminea, che richiede zero fatica cognitiva; il lettore non ce lo siamo ancora conquistato, deve seguirci senza neanche accorgersene.
  1. Frasi trampolino
    Ogni tanto dobbiamo fare in modo che il lettore si sporga oltre e intraveda cosa c’è dopo, stuzzicando la sua curiosità e promettendogli di soddisfarla. Basta una frase per anticipare e incuriosire. Annamaria Testa, che nel suo Nuovo e Utile scrive post molto lunghi, è una maestra in questo.
  1. Staffetta tra le frasi
    Un testo lungo è fatto comunque di centinaia di frasi: più sono legate tra loro, più portiamo con naturalezza il lettore dall’una all’altra, più il testo è fluido e dunque leggibile. All’interno di un paragrafo le frasi devono passarsi un testimone come in una staffetta: il testimone può essere un parallelismo, una ripetizione, ma anche un’opposizione, un contrasto. Quando c’è il testimone, il testo scorre.

[Alla fine del mio intervento l’esperto di Seo Gianluca Fiorelli ha proposto un undicesimo punto: i contenuti interattivi, quelli sui quali il copy lavora insieme al programmatore (ha citato come esempio il reportage del New York Times Groenland is melting away) Chiamerei questo punto “Ora faccio io!”]

Diamo quindi il benvenuto ai testi lunghi: perché con i testi lunghi la scrittura ritrova spazialità e ricchezza, supera la sola linearità della parentesi Gutenberg e si riconnette forse con una storia passata più ampia, fatta anche di un dialogo incessante tra le parole e le immagini. Ci permette di onorare l’etimologia della parola testo, che significa “tessuto”, fatto di trama e di ordito. Oggi possiamo lavorare molto di più di intreccio: tra immagini e parole, tra testo e paratesto, tra fluidità e struttura.

Certo, come in ogni lavoro artigianale, conta la pratica, ma viviamo tempi interessanti e fortunati, in cui abbiamo tutti gli strumenti per diventare tessitori di parole ricchi e consapevoli.

Questa bella foto conclusiva la devo al mio scoppiettantissimo collega scribacchinino Alessandro Zaltron.

PS Mi accorgo ora che non ho mai condiviso le slide del C-Come dell’anno scorso. Eh sì che il tema mi stava molto a cuore: la conversevolezza dei testi. Condividerò in uno dei prossimi post.

Comunicare è produrre effetti

25 Jan

Progettare la comunicazione di Leonardo Romei ha un titolo promettente ma terribilmente impegnativo. Tanto più che si tratta di un libro leggero sia nello spessore (200 pagine), sia visivamente (molti spazi bianchi, molti schemi, ma queste sono tutte cose positive ovviamente).

Anche per questa leggerezza l’ho letto in poche ore. All’inizio ho avuto una sensazione strana, forse perché ho letto questo libro dopo quello di Falcinelli, di cui Romei è allievo. Quanto Falcinelli mi è sembrato denso e pieno – strabordante a tratti – quanto questo nelle prime pagine mi è sembrato aereo, esile, sottile. Man mano che ho proceduto nella lettura ho capito meglio questa esilità: Progettare la comunicazione è un modello, un contenitore che sei tu a dover riempire (l’autore mi aveva avvertita sin dall’inizio, ma le cose-parole vanno sempre sentite e sperimentate). Gli esempi ci sono, e molto calzanti, perché semplici, alla portata di tutti: le istruzioni di un rasoio, una stretta di mano, dei segnali stradali, un piano di evacuazione di un edificio, la vetrina di un bar pasticceria, il registro di una scuola. Più un certo numero di esperimenti mentali altrettanto semplici, come immaginare di assaggiare un frutto che non esiste.

Romei astrae molto, a partire dai termini scelti con grandissima precisione, e questo ha messo a dura prova una praticona come me: unità di comunicazione, chiave di fruizione, sistemi espressivi… ma alla fine è stata proprio questa sorta di “trasparenza” a far sì che cominciassi a calare con facilità nel modello proposto le mie “unità di comunicazione” e cioè i testi. A vederli interagire, connettersi e cambiare nelle diverse situazioni, man mano che l’autore, di capitolo in capitolo, propone un nuovo elemento, un nuovo punto di vista. Lo fa in modo studiato e molto ordinato, per cui non perdi mai il filo: quello che hai appena letto resta con te, sei tu che ti sposti di poco e ricominci a considerare, a guardare.

Alla fine, capisci l’operazione, che è quella di mettere te – fruitrice e progettista – al centro di quell’architettura sottile che avevi intravisto all’inizio, sottolineata anche dai tantissimi schemi, e che io ho sentito materializzata in una serie di domande che dovrei farmi ogni volta che mi accingo a scrivere. La più importante di solito me la faccio e la propongo sempre anche in aula: non “cosa devo dire” e nemmeno “come lo devo dire”, ma “cosa voglio ottenere”. Cosa desidero che il lettore veda, immagini, senta, provi, faccia dopo aver letto il mio testo?

Queste cose Romei le chiama “effetti”: l’effetto del suo libro su di me è stato il deciso spostamento dell’attenzione dal benedetto e fin troppo esaltato “contenuto” al suo fruitore e alle tante variabili della situazione di fruizione. D’altra parte progettare, l’autore lo ricorda, significa “gettare avanti”, portare avanti”.

Il ritmo visivo della parola scritta

21 Jan

Leggere è un modo specializzato di guardare.

Ricordavo questa frase di Riccardo Falcinelli nel mio primo post del 2016. È vero: anche un testo fatto solo di parole, senza alcuna immagine, si guarda. E quel primo sguardo ci dice già un sacco di cose, anche prima di aver letto una sola parola.

Io, per esempio, non riesco a leggere i testi con le frasi brevissime, in cui si va continuamente a capo, che a colpo d’occhio mi parlano di un testo continuamente interrotto, troppo frammentato, poco fluido. Molti testi oggi sono scritti così, nella convinzione – credo – che più le frasi sono brevi più il testo è leggibile. Anche il famoso Copyblogger ogni tanto ci casca:

Frasi ultrabrevi = testo colloquiale e informale = testo ultraleggibile. Non (sempre) è così, anzi.
Lo stesso Falcinelli, in Guardare Pensare Progettare, invita a “guardarsi dai troppi a capo che interrompono i vantaggi delle informazioni parafoveali”, cioè le informazioni che si colgono “con la coda dell’occhio” (crediamo che l’occhio proceda in linea dritta, ma non è così: procede per balzi, anche all’indietro). Se le singole frasi sono troppo isolate, la lettura è più faticosa.

Senza sapere tutte queste cose, io i testi con tante frasette una dietro l’altra li ho sempre chiamati i “testi sbrindellati” e mi sembrano difficili da leggere almeno quanto i famosi “muri di parole”.

Falcinelli fornisce un’altra chiave, quella del “contrasto”:

In generale, ciò che attira la nostra attenzione altro non è che un contrasto, di un tipo piuttosto che di un altro.

Vale per il visual design, e vale per il testo. Dove c’è uno scarto, un’interruzione dello schema, lì va la nostra attenzione. Per questo, quando all’interno di un testo vediamo una sola brevissima frase isolata, lì ci aspettiamo un punto cruciale, una svolta, un colpo di scena, un’emozione improvvisa, come in questo lungo e bellissimo articolo di Massimo Mantellini su Medium:

Questo ritmo visivo si può modulare, far scendere e salire come una musica. Seth Godin, per esempio, nei suoi post qualche volta riesce a visualizzarne molto bene il ritmo. Quando poi leggiamo, ritroviamo lo stesso ritmo anche nei contenuti e nella loro esposizione:

Qui parte in sordina, ci porta dentro con qualche frase breve, un sussurro persino, assume un ritmo più disteso nella parte centrale, chiude con una frase ritmica e breve come le prime, come un sigillo.

Sì, i testi andrebbero rivisti sia da vicino vicino (per non farsi sfuggire nemmeno un refuso), sia da lontano (per vederne e ascoltarne il ritmo).

Cosa ci racconta di noi il nuovo Poynter.org

13 Jan

Poynter.org è il sito di riferimento per i giornalisti di tutto il mondo. Per me, uno dei pochissimi siti che mi hanno accompagnata ininterrottamente da quando ricordo di essere in rete. È ricchissimo e non leggo tutto, ma lo sfoglio spesso e leggo comunque gli articoli che vi pubblicano due delle persone dalle quali ho più imparato: il docente di scrittura Roy Peter Clark e il newspaper designer Mario Garcia.

Il sito si è rinnovato spesso negli anni e pochi giorni fa è arrivata l’ultima versione. È interessantissima, ma è interessante soprattutto leggere il perché dei vistosi cambiamenti: ci fanno capire dove va l’informazione online e dove andiamo noi lettori con lei. Come siamo cambiati in questi anni e cosa ancora ci aspetta. Vi raccomando almeno la lettura dell’articolo di Garcia Poynter: a new site for a new era e le FAQ sul redesign.

Già la scelta di questi due formati – l’editoriale e le faq – per lo stesso tema ci introduce alla prima novità: la coesistenza in ciascuno di noi del quick reader e dello slow reader, del “doppio ritmo” della lettura, per dirla con Garcia. Leggiamo al volo l’ultima notizia, ma in un momento tranquillo della giornata amiamo un articolo lungo, argomentato, ricco di link, di dettagli, di contesto. Il nuovo Poynter è stato creato per questo lettore.

Un lettore nomade e mobile, che legge velocemente sullo smartphone o lentamente sul tablet, che raramente passa per la home page ma che piuttosto piomba su un pezzo direttamente dai social:

  • i pezzi lunghi sono strutturatissimi e modulari
  • l’indicazione della tipologia è molto più evidente di prima (Tips/Training, Business, Storytelling, Fact Checking, Career, Commentary, Innovation, Culture, Ethics, Leadership, Legal, Safety); alla fine di ogni articolo c’è la proposta “What to read next”, per dare all’articolo quel contesto e quella gerarchia che la home page non gli fornisce più
  • la home non propone più l’affollamento di notizie, ma pochissimi pezzi con grandi titoli e grandi immagini:

The first 10-second impression for users will be one that combines visual appeal with a sense of hierarchical importance for the fewer, but more important, items on that home screen.

Il resto va esplorato e assaporato, comprese scelte raffinate (e molto ben spiegate) come il cambiamento del logo e della sua font.
Vi anticipo solo un’idea semplice ma indovinatissima, che fa capire l’attenzione alla nuova lettura a “due ritmi”: il Poynter organizza moltissimi corsi per giornalisti, ma ora ha aggiunto i Coffee Break Course, schede che si leggono in due minuti e che, sì, sono una promozione dei loro corsi a pagamento, ma danno da soli ottimi spunti e idee.

Mentre gironzolavo per Poynter.org in preda alla più abbandonata serendipità, mi ha colpita il payoff del redesign: Know more. Be more. Introducing the new Poynter.org.

Anche in piena era digitale, gli elementi della comunicazione efficace sono quelli enunciati da Aristotele oltre due millenni fa:

Logos: il tema, i fatti: Know more.
Pathos: come ti sentirai, l’emozione: Be more.
Ethos: la credibilità, l’autorevolezza dell’oratore o della fonte: Introducing the new Poynter.org.

retorica_tre

Quest’anno torno ai classici

8 Jan
calvino_classici1

Il nostro caro Italo Calvino, un classico anche lui.

Mi accorgo ora di aver usato nell’ultimo post l’espressione “vuotare il sacco”. Non credo sia a caso: anzi mi è appena venuto in mente che una delle cose che ammiro di più in chi scrive un libro o anche un semplice post è proprio la capacità di vuotare il sacco, che poi significa essere generosi, comunicare tutto quello che si sa su un tema o un’idea, senza reticenze e senza paura. I libri di cui parlo qui appartengono in genere agli svuotatori di sacco ed ecco perché mi lancio sempre in recensioni entusiaste e sperticate. Sono semplicemente grata per quello che mi hanno regalato e ho voglia di dirlo a tutti.

Il libro che ho letto tra ieri e stamattina, invece, appartiene alla categoria dei reticenti. È Persuasive Copywriting di Andy Maslen, un copy molto noto in Gran Bretagna e autore di qualche libro niente male, compreso uno dedicato agli scrittori freelance che recensii tempo fa e mi aiutò molto a focalizzare chi ero e che cosa volevo.
In questo tutto vi è (credo consapevolmente) sorvolato e accennato, con un occhio ai temi più trendy: il ruolo delle emozioni (ma va!) , il cervello e il sistema limbico (quale argomento oggi più pop della nostra materia grigia? il Riccardo Falcinelli della scrittura deve ancora farsi avanti), la psicologia della persuasione, lo storytelling (ancora!)… il tutto completato da pochissimi e striminzitissimi esempi e dei test finali degni della più classica tradizione nozionistica. Non dico che non ci siano ideuzze sensate qui e là e qualche spunto di esercizio carino, ma certo non vale i 28 euro che l’ho pagato, ingannata dalle mirabolanti recensioni su Amazon (non devo cascarci mai più!).

La colpa è mia e del mio senso di inadeguatezza: penso sempre che gli altri ne sappiano mille volte più di me e che io abbia non si sa che cosa da scoprire e recuperare. Il che è verissimo, ma “gli altri” non sono tutti, sono pochi e so benissimo chi sono – visto che bazzico la scrittura professionale da un bel po’ e i libri più o meno li ho letti tutti.

Quindi il mio proposito professionale per il nuovo anno lo formulo adesso: tornerò a rileggere i classici, quelli che mi hanno insegnato tanto quando ho cominciato e che come ogni classico avranno ancora tanto da dirmi, soprattutto dopo anni di pratica scribacchina. Non ci sono solo quelli della letteratura, ma anche quelli della comunicazione e della scrittura professionale, a cominciare da un signore che viveva ad Atene 2.400 anni fa.

Come capire se un’idea è buona? C’è Made to Stick di Chip e Dan Heath.
La scienza della persuasione? Nessuno ancora batte Robert Cialdini.
Cos’è la creatività e come si esercita? Il libro più illuminante è La trama lucente di Annamaria Testa.
Come si scrive una storia? Ancora Annamaria Testa con i suoi intelligenti e divertenti Minuti scritti.
Che succede al nostro corpo e alla nostra mente mentre leggiamo? Ce lo spiega Maryanne Wolf in Proust e il calamaro.
Cosa impara lo scrittore professionale dai classici della letteratura italiana? Lo racconta Massimo Birattari in È più facile scrivere bene che scrivere male.
Perché le parole più efficaci sono quelle che ci fanno sentire e vedere? È la tesi di The sense of style di Steven Pinker.

Di classici da rileggere e di grandi vuotatori di sacco ce ne sono molti altri e nei post dedicati ai libri su questo blog direi che ci sono tutti.

Per il resto, leggere con consapevolezza quello che mi circonda, smontare quello che mi piace e non mi piace, capire perché, farne tesoro. Scrivere, con consapevolezza. Continuare a vuotare il sacco, che fa bene a me e agli altri. Può capitare di sentirsi vuoti ed esauriti, certo, ma con che energia, curiosità e leggerezza  poi si ricomincia!

Artigiani consapevoli, questo libro è per voi!

5 Jan

Nei tredici anni di vita di questo blog mi è successo spesso di mollare nel mese di dicembre, di sentire di aver vuotato un po’ il sacco senza rimettere niente dentro e avere il tempo di elaborare cose nuove. Nel 2015, inoltre, sono stata di più su Facebook dove ho “disseminato” pensieri, letture e scoperte giorno per giorno. Non che la semina mi sia dispiaciuta, anzi: mi ha fatto capire quanto – come al solito – fossi stata inutilmente e scioccamente snob nei confronti del più diffuso social network.

Facebook mi ha offerto una comunicazione istantanea e spensierata, un’attenzione nuova alle immagini, la possibilità di tenere un filo con tantissime persone che altrimenti perderei facilmente di vista, uno spazio in cui raccontare qualcosa della mia quotidianità che non potrebbe trovare posto in questo blog. Nel 2015 chi mi seguiva magari da anni ha dato per la prima volta una sbirciata al mio studio, alla mia scrivania e al mio terrazzo; mi ha seguita nei miei tanti giri per l’Italia; mi ha conosciuta di più nelle mie passioni personali: lo yoga, il movimento, l’aria aperta. Ne sono contenta e sono proprio queste cose che ho privilegiato nello scorcio di un anno bellissimo ma anche terribilmente impegnativo.

Così, ho assecondato il mio bisogno di lasciare un po’ andare. Ma nei luoghi della spensieratezza social tutto scorre, compresi gli appunti, gli spunti, le curiosità e le scoperte, mentre è qui, su questo blog, che vengo a riflettere, a connettere i puntini, a raccontare prima di tutto a me stessa gli incontri e le letture importanti, quelle che mi aprono finestre luminose e nuovi paesaggi.

330 pagine di avventure della visione e del pensiero

Dopo aver letto lo splendido Critica portatile al visual design non avevo dubbi che Guardare Pensare Progettare di Riccardo Falcinelli sarebbe stata un’altra finestra luninosa, ma sapevo anche di non poter leggere le oltre 300 pagine tra un post e un tweet, nella concitazione natalizia. Me lo dicevano l’indice e il sottotitolo “Neuroscienze per il design”. Avevo bisogno di tempo, silenzio e tranquillità.

Me li sono presi tutti, anche perché si tratta di un libro “da studiare”, sottolineare, in cui ogni tanto è necessario tornare indietro e riflettere. Però a un certo punto ho deciso che valeva la pena di volare un po’, cogliere l’insieme del libro, i concetti di fondo per poi tornare a “studiare” i capitoli più descrittivi dedicati all’occhio e al cervello, i veri protagonisti. E così ho galoppato dal primo all’ultimo splendido e personalissimo capitolo, dove interviene Biancaneve e il cerchio si chiude. Con moltissime domande, ma si chiude.

In mezzo c’è il racconto di come vediamo, percepiamo, pensiamo il mondo, cioè le immagini, le parole, le sensazioni, gli odori, i colori. Falcinelli lo fa da una prospettiva nuova – gli studi e le scoperte più recenti sul cervello – ma forte della sua esperienza viva di visual designer e di persona sensibile e attentissima agli stimoli del mondo, fin da bambino. I racconti e gli esempi sono innumerevoli.

Guardare Pensare Progettare è sottolineatissimo e pieno di post-it su passaggi su cui voglio tornare (perché non è che ora lo metto sulla libreria, me lo tengo qui vicino e ci scriverò anche altri post), ma mi piace condividere subito con voi i miei appunti su cosa mi ha colpito di più in questa prima lettura.

Un organo materiale che costruisce qualcosa di immateriale

Si parte da lì, dal cervello, quella massa gelatinosa che produce la cosa che ci appare come la più immateriale di tutte: la mente e la sensazione di esistere. Tutto ciò che vediamo, sentiamo e pensiamo passa da lì, da quell’insieme di neuroni che nascono, crescono, si connettono, si muovono in continuazione. Per questo è così importante capire come funziona.
Funziona in modo modulare e parallelo, a livello di zone, aree, cellule: ognuna ha il suo compito, iperspecializzato. Non vediamo insieme forme, colore e movimento; e nemmeno facce, oggetti e sfondo. È il cervello che compone queste cose per noi, che decide cosa farci vedere. Scompone e compone in continuazione, fedele alla sua essenza: la plasticità, il divenire.

“Vediamo pezzi singoli, brandelli di realtà, solo quelli cui prestiamo attenzione. Poi alcuni tratti di contorno diventano segni, nel momento in cui li scegliamo e li mettiamo da parte”.

Vedere e guardare sono due cose profondamente diverse: vedere è tenere gli occhi aperti, guardare è prestare attenzione. Guardando e scegliendo cosa guardare ci relazioniamo col mondo, cerchiamo di capire la mente di chi ci sta vicino, le sue intenzioni e il suo mondo interiore. Un tentativo di capire anche noi stessi. Nasciamo precablati per interagire con il mondo, ma poi cresciamo alimentando il nostro programma neurale con i dati che prendiamo dall’esterno.
Li prendiamo con gli occhi – più della metà delle nostre risorse neurali sono dedicate alla visione –, ma ogni sguardo e ogni interazione coinvolge tutti i nostri sensi, è una sinstesia. Ogni vedere e sentire si imprime nel nostro corpo, lascia una traccia emotiva che possiamo risentire a distanza di anni ed è così che facciamo esperienza e ricordiamo.

Il solo nostro istinto: il linguaggio e la cultura

L’uomo è l’unico animale che nasce senza un istinto, se non quello del linguaggio, della produzione di contenuti trasmissibili, della cultura. Le parole lo accompagnano fin dalla nascita, lo aiutano a dare forma all’apparenza delle cose, influenzano e mediano ogni relazione con il mondo: senza parole non possiamo pensare… nemmeno il colore rosso può essere concepito senza la parola. Rimarrebbe solo una sensazione. Percezione e linguaggio si influenzano a vicenda.

“Non esiste un guardare svincolato dal linguaggio. Percepiamo in un ambiente linguistico, e non possiamo prescindere dal fatto che usiamo e pensiamo con una lingua storico-naturale, cioè che quando pensiamo ci parliamo in testa.”

Parole e immagini: tutte si guardano, tutte si scelgono, tutte hanno un codice

“Leggere è un modo specializzato di guardare.”

Questa frase breve e semplicissima mi aveva colpita già nella lettura di Critica portatile al visual design, ma in questo libro l’ho capita ancora meglio, soprattutto nel capitolo Grafica, scrittura, lettura, imperdibile per chiunque scriva in questo mondo in cui la scrittura lineare è diventata (o tornata a essere) solo una delle tante scritture possibili. Fa riflettere sui confini sfumati tra figurazione e scrittura, sulle tante spazialità in cui la parola può collocarsi, sulla falsa immediatezza delle immagini, che hanno bisogno del loro codice non meno del testo scritto, su quale sia “l’occhio del nostro tempo”, attraverso il quale guardiamo e interpretiamo il mondo.

“Nel dialogo senza sosta tra fisiologia e cultura, il designer è un artigiano consapevole”.

Artigiano consapevole: ho trovato questa definizione meravigliosa nella sua semplicità, come l’idea – che percorre tutto il libro – che il “fare non si oppone al sapere, e che anzi spiegare qualcosa a qualcun altro o a se stessi insegna a fare meglio.” È con queste parole in testa che ho scritto il primo post del 2016: come sempre, scrivere e condividere insegna soprattutto a me stessa. Buon anno a tutti!

Su questo blog leggi anche:

Un libro grandioso e decisivo sul visual design
Continuare a danzare con i testi
Letture e carte topografiche
Anatomia della lettura
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Una sbirciatina nel nostro cervello

Ravenna Future Lessons: quando la scuola finisce, la scrittura comincia

19 Nov

Solo ora, dopo quasi un mese, trovo il tempo di condividere le slide e i contenuti della mia Ravenna Future Lesson. È stata una bellissima esperienza, soprattutto perché rivolta ai ragazzi, studenti degli ultimi anni delle scuole superiori. Man mano che vado avanti, infatti, sento sempre più come un gioioso dovere quello di passare ai più giovani ciò che ho imparato fin qui.

Uno di loro, ispirandosi alla mia lezione, ha vinto persino il premio per il miglior elaborato: doppia gioia.

Ecco le slide:

 

E questo è, più o meno, quello che ho detto:

Quando la scuola finisce, la scrittura comincia

Il titolo di questo mio intervento vi sembrerà un controsenso o almeno un po’ paradossale. Lo era sicuramente fino a una o due generazioni fa, quando la prova di italiano all’esame di maturità – o l’esame di stato, come si dice oggi – era l’ultimo ostacolo da superare prima di liberarsi per sempre dell’incubo di arrivare alla fine della quarta colonna del foglio protocollo. Sì, poi qualcuno avrebbe scritto ancora, per esempio la tesi di laurea. Qualcuno un libro, un discorso. Un magistrato le sentenze. Moltissimi delle lettere, dei progetti, delle relazioni, dei verbali, ma si trattava di testi in cui si seguiva uno schema preciso, che si imparava facilmente, si ripeteva più o meno all’infinito, in cui si metteva molto poco di se stessi.

Oggi, invece, tra le tantissime cose che la rivoluzione digitale ha cambiato nel giro di pochissimi anni c’è anche questa: la scrittura, cioè la capacità di ogni persona di esprimersi attraverso la parola scritta, diventa essenziale proprio quando la scuola finisce. Essenziale perché in ballo c’è molto di più di un voto o di una promozione. C’è la vostra capacità di presentarvi al mondo, di farvi conoscere e apprezzare, di realizzare un progetto o un sogno, di trovare il lavoro dei sogni, di farlo crescere nel tempo. Tutto questo con le parole? Sì, anche con le parole.

Non facciamo che leggere e scrivere. Tutti

Nessuna civiltà è stata ad alta densità di scrittura quanto la nostra. Se ci pensate bene, non facciamo altro che leggere e scrivere e non avete ancora idea di quanto lo si faccia nel mondo del lavoro. Praticamente non si fa altro.

Con un giro di email si preparano riunioni. Le notizie che riguardano l’interno di un’azienda o di un’amministrazione si leggono sull’intranet. Per far conoscere un prodotto o un progetto si preparano delle slide come queste. Su tutti questi strumenti si scrive, e spesso le parole di una persona arrivano prima della persona stessa. La annunciano, la rappresentano, come un ambasciatore.

Saper scrivere serve non solo a chi fa un lavoro che una volta si diceva “intellettuale”. Saper scrivere vi sarà indispensabile anche se sceglierete di fare la ristoratrice, il parrucchiere, la makeup artist, l’erborista, il web designer. Tutti questi professionisti entrano oggi in contatto con clienti e fan attraverso immagini e parole. Per promuoversi, raccontare quello che fanno, rispondere a un cliente, anche a una critica. Le insegne dei negozi o la targa dello studio professionale oggi sono i social.

Le nostre parole arrivano ancor prima di noi

Le parole arrivano dove la persona non può arrivare, la precedono – dicevamo. Le buone parole danno mille opportunità, anche a chi abita lontano dai grandi centri dove sembra che tutto accada, come Roma o Milano. Vi faccio l’esempio di due siciliani: un ragazzo e un’insegnante. Si chiamano Salvatore ed Emanuela.

Salvatore lo conoscete sicuramente, perché basta che abbiate un qualsiasi problema con un programma o lo smartphone, che Google vi indirizza a lui, che con parole garbate e precise vi conduce passo passo verso la soluzione.

Salvatore Aranzulla, anni 25, è il più autorevole e conosciuto divulgatore informatico in Italia con 12 milioni di visite al mese. Quando ha cominciato, a dodici anni, era un ragazzino con cinque fratelli, un padre infermiere, e viveva in un paesino della Sicilia. A sedici anni fonda il suo blog. A diciotto la sua prima azienda. Sei anni dopo dà lavoro a quindici persone. Certamente Salvatore è un informatico brillante, un conoscitore profondo dei motori di ricerca e dei loro meccanismi, ma sa integrare le parole chiave in testi costruiti secondo regole ferre, eppure di grande chiarezza e naturalezza per chi legge.

Emanuela Pulvirenti è una professoressa di storia dell’arte che insegna in una scuola superiore in provincia di Enna. I primi giorni di scuola sono disastrosi perché alle sue alunne della storia dell’arte non importa un fico secco e glielo dicono pure. Emanuela si ingegna, si inventa dei modi originalissimi per coinvolgere le sue riottose studentesse. Ci riesce e le conquista. Ma non si ferma qui: racconta come fa in un blog appassionante, che pian piano conquista decine di migliaia di persone: altri studenti, tanti altri professori in tutto il mondo, semplici appassionati come me.
Oggi Emanuela è conosciutissima, scrive libri di storia dell’arte, tiene conferenze. E, proprio come Salvatore, continua a scrivere.

Vi possono sembrare due casi limite di persone molto tenaci, appassionate e fortunate, ma la fortuna non c’entra molto. C’entra tantissimo invece la capacità di scegliere le parole giuste, di allenare questa capacità nel tempo sui blog e sui social, strumenti che sono alla portata di tutti.

Con le parole Salvatore ed Emanuela sono diventati due brand, anzi due personal brand.

Scrivere: sei capacità che vi serviranno d’ora in poi

Saper scrivere richiede allenamento. Ogni momento è buono per cominciare, che sia il tema in classe di dopodomani, un blog su un tema che vi appassiona, o un social network. Molto prima di quanto pensiate potreste infatti aver bisogno di:

  • scrivere a un esperto o una persona famosa per chiedergli un’intervista per la vostra ricerca o tesina
  • scrivere il curriculum
  • scrivere una lettera di presentazione
  • redigere un progetto di una startup e chiedere un finanziamento
  • chiedere uno stage o candidarvi per un lavoretto estivo
  • scrivere a un professore per presentarvi o chiedere la tesi
  • iscrivervi a un social network professionale come Linkedin.

Le parole ci rappresentano in un mondo che però oggi è affollatissimo di testi e in cui è molto difficile farsi notare e ascoltare. Inoltre, non leggiamo più su carta, ma su schermi sempre più piccoli e per lo più in mobilità, circondati da un alto rumore di fondo.

Per farci ascoltare e per allenarci bene, ci servono moltissime delle cose che impariamo a scuola, ma anche qualcuna di più. Mi piacerebbe ora metterle a fuoco insieme a voi. Ne ho scelte sei, quelle di cui non potrete proprio fare a meno.

1. Capacità di sintesi

La prima è la capacità di sintesi. La metto al primo posto, perché a scuola diventiamo molto bravi a scrivere molto. Si capisce: i compiti in classe servono sì a dimostrare le nostre capacità espressive, ma anche a dimostrare che abbiamo studiato, che conosciamo bene un autore e le sue opere, o un periodo storico. Per questo abbiamo sempre paura di scrivere troppo poco.

Be’, nel mondo del lavoro vi sarà richiesto soprattutto di essere efficaci nella concisione, nella sintesi. Nessun direttore del personale sarà disposto a leggere la vostra lettera di presentazione se vi dilungate su due cartelle; il vostro capo apprezzerà email che arrivano subito al punto e così un vostro cliente cui chiedete la spiegazione di un prodotto su facebook.

All’inizio di questo anno scolastico il giornalista Massimo Gramellini, che tiene la rubrica Buongiorno sul quotidiano La Stampa, ha proposto di reintrodurre a scuola il dettato: “un dettato al giorno guarisce l’analfabeta di ritorno”. Gli ha risposto Luigi La Spina chiedendo invece a gran voce il riassunto. E per dimostrare che tutto si può riassumere, alla fine del suo articolo fa proprio il riassunto. Eccolo:

Riassunto.  

Macché dettato, è meglio che a scuola si faccia il vecchio riassunto. Solo così si impara ad ascoltare gli altri e a capire che cosa ci vogliano dire. E, magari, si capirà anche che cosa diciamo noi e che cosa vogliamo dire agli altri.  

Sono molto d’accordo. Sappiatelo: finita la scuola, difficilmente dovrete scrivere un tema o qualcosa che gli assomigli, ma riassunti sì, tantissimi.

Il saggio breve vi dà l’opportunità di esercitare l’arte della sintesi. Soprattutto alla fine, ogni buon saggio sa tirare bene le fila e imprimere così la vostra conclusione, il vostro pensiero, nella mente di chi legge. L’altra grande scuola di sintesi, non dimenticatelo, è la poesia. Tutta, ma soprattutto quella del Novecento.

2. Capacità di titolare

La seconda è la capacità di titolare e sottotitolare. Avete notato – vero? – che tutti i testi che si leggono in rete sono scanditi da tanti piccoli sottotitoli? E che le home page sono solo titoli? I primi permettono di scorrere rapidamente un testo sullo schermo senza doverlo leggere tutto e di ritrovare facilmente il punto se interrompiamo la lettura. I titoli di pagine, articoli, sezioni di un sito devono invece annunciare con chiarezza cosa c’è dietro, incuriosire e spingere a cliccare in pochissime parole.

Ricordatevi di titoli e sottotitoli se vi sentite portati verso l’articolo di giornale all’esame di stato. Così come i lettori di un giornale, anche i professori leggeranno più volentieri un articolo scandito da titoletti chiari, precisi e – perché no? – brillanti.

Avete un anno scolastico per prepararvi. Consiglio: partite dalla newsletter che il direttore della Stampa Mario Calabresi invia ogni mattina per email a chi ne fa richiesta. Si legge in due o tre minuti, vi informa sui principali fatti del giorno, è scritta benissimo da uno dei nostri migliori giornalisti, ha titoli da manuale.

E non dimenticate che uno dei segreti per essere sintetici e scrivere ottimi titoli è avere un vocabolario molto ricco. Se la parola è quella giusta, basterà quella, senza tanti giri di parole.

3. Capacità di scrivere un grande inizio

La terza è la capacità di scrivere un grande inizio. L’incipit è sempre stato importante, ma oggi lo è molto di più. Perché siamo circondati da testi di tutti i tipi che, se non ci conquistano fin dalle prime parole, smettiamo immediatamente di leggere. Tutte le ricerche confermano che il nostro modo di leggere è profondamente cambiato: da una lettura sequenziale, lineare, profonda (quella che in genere si fa su carta) a una lettura disordinata e saltellante, alla ricerca di quello che ci interessa di più (quella che si fa in rete e da uno schermo). Conquistare chi è dall’altra parte dello schermo dipende in gran parte da quello che scriviamo all’inizio.

Qui la letteratura è la vostra migliore maestra: ripercorrete i grandi incipit, vedrete quanto presto l’autore riesce a catapultarvi in un altro mondo o nella mente di un personaggio. Quel mondo potrebbe essere il negozio che avete appena aperto, quella mente quella di un cliente cui il vostro prodotto il vostro servizio può risolvere un problema. Niente premesse, niente indugi: portate chi legge “in medias res”, come raccomandava il poeta latino Orazio.

4. Capacità di modulare il tono di voce

La quarta è la capacità di modulare lo stile, il tono di voce, sulla base dello strumento, dell’obiettivo e del destinatario. Questa è più difficile da esercitare a scuola, dove è sempre il professore a leggere quello che scrivete, ma sarà decisiva nella vostra vita, e molto presto. Sapete quanto conta scrivere una lettera di accompagnamento al curriculum con il giusto tono di voce? Ecco tre lettere ricevute dalla manager ed esperta di comunicazione Mariella Governo, con le sue note:

Sono Carlo Bianchi, con la seguente sono a inviarLe tramite mail la mia autocandidatura per una possibile collaborazione lavorativa. Sperando ci sia la possibilità per un colloquio conoscitivo, Le inserisco in allegato il mio Cv personale.

Tono burocratico, distante, lettera inutile

Toc toc! Spero di non disturbare: giovane laureato cerca aiuto.  Mi chiamo Giorgio Rossi,  e sono uno dei tanti neolaureati che sta inondando la rete con la sua versione digitale in formato cv. Ed eccomi ad allegarle il mio cv e la mia lettera di presentazione. Non vorrei rubarle altro tempo, ma visto che ci sono uso tutte le mie cartucce:….

Tenero, allegro ma troppo confidenziale il ragazzo!

Gentile dottoressa Governo, 

seguo dai giornali e sul vostro sito il progetto di trasformazione di Fiera Milano. So che lei è a capo della struttura di comunicazione e forse può avere bisogno in questo momento di ampliare la rete dei suoi collaboratori. Io non ho molta esperienza sul campo visto che sono uscita dall’università solo l’anno scorso. Ho cercato di prepararmi a fondo sull’argomento giornalismo e uffici stampa con passione e tenacia.  Le chiedo solo di avere l’opportunità di un’intervista con lei. Se non sarà possibile la ringrazio comunque per l’attenzione e da parte mia continuerò con ottimismo a perseverare.  Un cordiale saluto,   

Informata, relazionale, umile ma sicura di sé

5. Capacità di scrivere di sé

La quinta forse vi stupirà un po’, perché è la capacità di scrivere di sé. Una cosa che a scuola si abbandona presto, forse perché considerata un po’ infantile. Si scrive su Dante, Manzoni, Leopardi e la guerra del trent’anni, ma non si scrive delle proprie emozioni, delle aspirazioni, dei sogni, di quello che ci succede. Ne parliamo, e questo ha già un grandissimo valore, ma la scrittura – anche nella modalità privata del diario – aiuta come poche cose a dare un senso alla nostra vita, soprattutto ora che tante parole scorrono via inghiottite dalla velocità del digitale. Scriverle sulla pagina significa scegliere, pensare, riflettere. Rileggerle a distanza di tempo significa capire avvenimenti importanti anche della nostra vita interiore.

Interiore, ma non solo. Teresa Amabile insegna alla prestigiosa Harvard Business School. Ai suoi studenti fa tenere un diario lungo un intero anno accademico o un importante progetto. E sapete cosa? La sua più importante ricerca, durata dieci anni, ha evidenziato che la carriera di chi tiene un diario ha molto più successo ed è molto più gratificante.

6. Capacità di saper scegliere tra carta e web

Siamo alla fine, alla capacità numero sei. La capacità di capire quando per scrivere è meglio la carta e quando il digitale. Abbiamo tantissimi strumenti di comunicazione, nessuna generazione ne ha avuti così tanti. Paradossalmente, a scuola usiamo ancora la carta dove ci aiuterebbe di più il digitale, cioè nella fase di redazione, di stesura. Quella fase in cui, una volta ben preparati, gioverebbe correre un po’ di più.

La carta rimane invece imbattibile prima e dopo questa fase: per studiare sui libri, prendere appunti, fare mappe e scalette, buttare giù le idee. Il tempo più lento e il collegamento della mano al cervello aiutano a produrre ed elaborare nuove idee, a ricordare. La carta ci aiuta infine nella fase di revisione, quando dobbiamo essere sicuri che il nostro testo funzioni e non contenga nemmeno il più piccolo refuso. Lo sapete vero che anche il miglior curriculum al primo refuso prende la via del cestino?

Quindi: riscoprite carta, pennarelli, evidenziatori, post-it e taccuini. Ve lo dice un’entusiasta del digitale, una cui il digitale ha cambiato la vita.

E intanto il video è andato online, quindi eccolo: