WTD ebook

15 mag

Write to done è un blog sulla scrittura che segnalai tempo fa e che non ho più visitato per molto tempo. Appartiene alla categoria di blog che si reggono sui guest, come Copyblogger.
Ci trovi cose interessanti, ma anche tante – troppe per me – voci diverse.
Molti guest blogger scrivono per acquisire visibilità e ogni pretesto è buono.
Però stamattina ci sono capitata quasi per caso e vi ho trovato l’ebook The nearly Ultimate Guide to Better Writing.
D’accordo, il titolo non è eccelso ma da una scorsa all’indice mi è sembrato utile e piacevole.
Potete scaricarlo gratuitamente sia in pdf, sia in formato epub.

(per chi scrive) è sempre stagione di carciofi

15 mag

Di solito segnalo ma non riproduco per intero i post altrui e per la lettura rimando sempre alla fonte. Faccio un’eccezione per l’ultimo di Nuovo e utile, Scrittura, rilettura e cucina dei carciofi.
Non aggiungo nemmeno una parola a quanto scritto in maniera così efficace da Annamaria Testa:

Capita spesso che ragazze e ragazzi mi facciano vedere i loro scritti. Perfino a quelli che vogliono fare pubblicità chiedo di mostrarmi almeno un testo lungo: da un titolo pubblicitario, per quanto brillante sia, è impossibile capire se uno maneggia le parole decentemente, e con grazia.
Così, in novantacinque casi su cento, dopo poco mi ritrovo a fare la medesima domanda: santa polenta, ma hai riletto quel che hai scritto?
Le risposte vanno da no, perché andavo di fretta (argh) a sì, certo (ehm).
… e quante volte hanno riletto, ‘ste anime sante? Una volta. Una. Una sola.
Beh, si scrive e poi si rilegge scorrendo le righe e morta lì, no?

Spiego che si rileggono una volta gli sms. Le mail, se sono non brevissime, qualche volta in corso di scrittura e poi alla fine, prima di cliccare send. Ma un testo per il pubblico va riletto mooolte volte. E, a ogni rilettura, qualcosa va aggiustato. Spesso, quando si modifica una frase, anche la punteggiatura va cambiata di conseguenza.
Il testo apparirà tanto più necessario e naturale quanto più sarà stato, con un paziente e invisibile lavoro di affinamento, reso adatto a dire esattamente quel che vuol dire. Né di più né di meno.
Mi guardano con gli occhioni spalancati, ‘sti pivelli.

Allora parte il teatrino. Prendo la penna e, mentre quelli fanno spallucce, comincio a segnare gli errori di ortografia: accenti, apostrofi. E orrendezze anche peggiori.
… poi segno le frasi storte, o perché i tempi verbali non concordano, o perché non concordano verbi e soggetti, collocati alle opposte periferie di periodi caotici. Oppure perché o il verbo o il soggetto è definitivamente missing. Poi segno gli anacoluti, che sembrano disinvolti ma sono solo bruttarelli: per esempio l’orologio, Pippo lo aveva rotto…
Segno le parole ripetute senza intenzione o necessità e a breve distanza (es: fino ad ora Pippo era in ritardo di mezz’ora). Già che ci sono, dove posso tolgo le d eufoniche. Segno i salti ingiustificati dal passato al presente o viceversa e, se sono ripetuti e ammucchiati in poche righe, gli andirivieni tra “noi”, “tu”, forme impersonali.
Segno le frasi di cui il testo può fare a meno senza perdere un milligrammo di senso. Intanto ho guardato la punteggiatura: di solito trovo virgole sparse dove capita, come petali di rosa sul percorso della processione. O come fiati presi a caso da un attore maldestro.
Ah: comincio a segnare anche le parole fuori tono. Per esempio quelle troppo colloquiali in un testo tutto in punta di penna, o viceversa.
E segno le formule goffe o antiquate: ci sono ventenni che usano egli, al fine di, allorquando e altri muffosi avanzi del tempo che fu.

Poi vado a vedere se la scrittura ha ritmo. E se ci sono dei cortocircuiti di senso.
Uno degli esempi più divertenti mi è capitato di recente. È l’incipit di un testo di intenzione peraltro non disprezzabile:
Il braccio chiede consiglio alla mente e intanto è sulla porta del cuore ad origliare ogni suo sospiro.
Dico all’autore: e ora, anima santa, visualizza quel che hai scritto.
C’è un braccio (tranciato?) che chiede consiglio alla mente (come fa? Parla? Pensa? È telepatico?) e intanto (sempre lui, il braccio multitasking) è sulla porta del cuore (urca!) ad origliare (il braccio ha orecchie?) ogni suo sospiro (e come fa a sospirare, il cuore? Ha una bocca? E i polmoni, in questo campionario anatomico, che fanno? Battono?).
Spero di avervi dato un’idea di quel che si può trovare se ci si prende la briga di passare un testo al setaccio fine. E sì, certo, le metafore vanno bene, eccome: ma solo se non collassano l’una sull’altra in una poltiglia di incongruenze.

Naturalmente tutto questo lavoro di rilettura parte dal presupposto che il testo racconti qualcosa che val la pena di leggere, se no è meglio risparmiarsi anche la fatica di scrivere e dedicarsi a qualche hobby più divertente.
Ma se uno decide di scrivere, non c’è verso. Deve anche rileggere, se ha un minimo di rispetto per il proprio pensiero. E quando dico “rileggere” intendo: con attenzione, e più di una volta. Quante volte? Tante: cinque, dieci, anche venti se il testo è lungo o complesso.

In sostanza, lavorare su un testo è come cucinare carciofi. PRIMA si puliscono e si tirano via le foglie dure e guaste. POI si taglia la punta: via tutte le spine. POI si dividono a metà, o in quarti, eliminando anche quelle barbette interne fetenti e traditrici che, se finiscono in bocca, allappano. POI bisogna lavarli bene bene.
Solo se è stata tirata via la roba sbagliata, brutta, inutile ci si può divertire coi profumi e i sapori. E si può mettere in pentola aggiungendo tutto quel che serve.
Mi diceva però l’ortolano che adesso la gente non vuol più rompersi l’anima, perdere tempo e pungersi per pulire i carciofi: molti preferiscono quelli già pronti, sfogliati, privati del gambo, decapitati. Anche se fanno tristezza, rinsecchiti e nerastri come sono.
Ma chi scrive deve rassegnarsi. E pulire bene i suoi carciofi.

Ho appena spedito questo post ai partecipanti di un laboratorio di scrittura che ho tenuto in un’azienda la scorsa settimana e con i quali non ho fatto altro che pulire e cucinare carciofi. E ho appena eliminato dalla frase precedente un anacoluto che mi era scappato. Era disinvolto, ma bruttarello.

Di allineamenti e copertine

11 mag

Mi è arrivato ieri il secondo numero di Rrose, raffinata rivista che ha come sottotitolo La creatività, di volta in volta. Del primo numero e della scelta coraggiosa di avviare di questi tempi una rivista cartacea su temi che trionfano in rete ho già scritto.
Mi ha attirato subito il primo articolo, un’intervista all’art director Riccardo Falcinelli.
L’occasione è l’uscita del suo libro Fare i libri. Dieci anni di grafica in casa editrice, in cui racconta la collaborazione con la Minimum fax, fatta di centinaia di copertine di libri. Mi ha colpito un passaggio, che si riferisce al problema dell’allineamento del testo:

Siamo abituati a leggere il testo giustificato, sui giornali (diviso a colonne) e sui libri.
Perché hai scelto il testo a bandiera per Fare i libri?

Il testo giustificato è di norma più leggibile sui testi lunghi e negli impaginati classici. Ma su testi brevi è meno elegante e si sposa meno bene con le illustrazioni, specie quando la composizione di testi e immagini è molto libera. In questo caso la giustificazione sarebbe stata un’incoerenza rispetto all’andamento cinematografico dello sfogliar pagina. Poi il testo sbandierato mantiene costante lo spazio tra le lettere, mentre la giustificazione falsa un po’ questi rapporti, tanto che i designer più rigorosi difendono a spada tratta i testi sbandierati.
In generale, vale una sola regola: leggiamo meglio quello che leggiamo di più: quindi per i romanzi meglio la giustificazione, nei testi corti meglio la bandiera. Ma senza prendere le regole troppo alla lettera.

L’indicazione mi ha confortata perché è la risposta che do sempre io – paladina dell’allineamento a sinistra – quando in un laboratorio di scrittura si solleva la questione “allineamento”. Abbandonare il giustificato per molti è come abbandonarsi al caos.
Eppure è l’ideale per la leggibilità di lettere, email, testi web, slide.
Io allineo a sinistra anche i testi lunghi, come i Quaderni del MdS. Mi ci sono abituata e non potrei fare altrimenti.

E a proposito di carta e copertine… l’hanno già linkata in tanti, ma se non l’avete ancora vista, prendetevi venti minuti per godervi la TED Conference di Chip Kidd: Progettare libri non è una cosa da ridere (sottotitoli in italiano):

Esageratamente iperbolici

6 mag

“Frenate l’entusiasmo, gente!” titola l’ultimo post della rubrica del Guardian Mind the language.
L’editor Gary Nunn coglie la tendenza sempre più diffusa a ricorrere a iperboli (“immensamente superiore a qualsiasi cosa abbia mai visto”).
Nata sulla strada (“dove per strada intendo il colloquiale spirito del tempo: tweet, facebook update, hashtag, conversazioni tra gente più che adulta”), la tendenza dilaga negli ambienti di lavoro e nelle redazioni giornalistiche, anche quando ci si riferisce ad avvenimenti normalissimi. Deve essere vero, perché Massimo Mantellini lo notava in un suo post di questi giorni: Trasformazioni epocali.
Le iperboli vanno riservate – ci ricorda Nunn – al ”best of the best”. Invece mille cose diventano incredibili, grandiose, fantastiche (i nostri corrispettivi dell’ormai onniprensente awesome in inglese).
Il pericolo è impoverire il linguaggio e “trovarci in bancarotta di aggettivi e avverbi adatti quando l’occasione è davvero speciale. Prima di spararla grossa, è meglio cercare alternative che possano esprimere lo stesso fattore Wow! Quello sarebbe davvero grandioso. O in realtà, solo corretto.”
Ma la vera scorciatoia verso l’esagerazione è il punto esclamativo. Ne parla il Boston Globe: The overuse of exclamation points!
La bangorrea affligge tutti, anche chi come me è abituato a sorvegliare molto la propria scrittura. Mi innervosisco quando mi arrivano le newsletter con ”offerta imperdibile!”, “richiedi la fidelity card!”, “in esclusiva per te!”, “scopri l’offerta che ti abbiamo riservato!”, ma poi non riesco a non scrivere “grazie!” quando concludo un’email. È come se mi spegnessi il sorriso da sola.

Il genere delle nuvole

6 mag

Il mio 1000mo tweet è su un dilemma. Meglio “nella cloud” o “nel cloud”? #Nova24 usa la prima definiz. Google più la seconda.

twitta stamattina Roberto Battaglia.
Ho sorriso, perché mi sono ricordata delle tante disquisizioni sul genere dell’email. Una vita fa.
Sono d’accordo con Nova24: femminile!
La Crusca docet:

La questione del genere dei nomi stranieri che entrano nella nostra comunicazione corrente segue una regola apparentemente semplice: attribuire il genere che ha la parola corrispondente in italiano, per cui, ad esempio “la hall” (in italiano “sala”), “la mail” (in italiano “la posta”), “il manager” (in italiano “l’uomo d’affari”), ecc. o che ha originariamente nella lingua d’origine (per le lingue come l’italiano che attribuiscono il genere ai sostantivi).

Nel caso della cloud, il femminile aiuta anche l’immaginazione.
“Il cloud” mi fa pensare a una macchina. Ad hardware, a metalli.
“La cloud” a una nuvoletta. Bianca e leggera (ma in questo caso, speriamo, poco propensa a svanire nel nulla).

Social reading

30 apr

Social reading: mi piace pensare non sia solo quello delle frasi più sottolineate dagli altri lettori sull’ebook, ma anche quello più sottile delle suggestioni, dei ricordi e dei collegamenti che ognuno di noi fa quando legge le parole di qualcun altro. Suggestioni che possono tornarti anche attraverso tradizionalissime strade, come l’email. 
Il mio breve post di stamattina ha ricordato a Luca Iori – lettore di questo blog – un brano di Primo Levi tratto da L’altrui mestiere, una raccolta di articoli pubblicati negli anni da La Stampa. È un libro bellissimo, che conosco bene, ma non ricordavo il brano che Luca mi ha inviato poco fa. Eccolo:

Il primo segreto è il riposo nel cassetto, e credo che abbia valore generale. Fra la prima stesura e quella definitiva, deve passare qualche giorno; per ragioni che ignoro, per un certo tempo l’occhio di chi scrive è poco sensibile al testo recente. Bisogna, per così dire, che l’inchiostro si sia asciugato bene; prima, i difetti sfuggono: ripetizioni, lacune logiche, improprietà, stonature.

[...]
Dopo la maturazione, che assimila uno scritto al vino, ai profumi ed alle nespole, viene l’ora di cavare dal pieno. Quasi sempre ci si accorge che si è peccato per eccesso, che il testo è ridondante, ripetitivo, prolisso: o almeno, ripeto così capita a me. Inguaribilmente, nella prima stesura io mi indirizzo ad un lettore ottuso, a cui bisogna martellare i concetti in testa. Dopo lo smagrimento, lo scritto è più agile: si avvicina a quello che, più o meno consapevolmente è il mio traguardo, quello del massimo di informazione con il minimo ingombro.

Lo so che in questo periodo sono un po’ monocorde con questa storia dell’editing, ma le mie letture e riflessioni seguono quello in cui sono immersa al momento. Ancora un po’ di pazienza: presto si passa ad altro.

Ultime e felici sforbiciate

30 apr

Impelagata nel più impegnativo autoediting della mia vita, godo i frutti di aver messo il testo nel cassetto per tre mesi – il minimo suggerito da Zadie Smith.
Non c’è solo il vantaggio di attivare la propria via dorsale e leggere come se fosse la prima volta. C’è il distacco emotivo: quello che ti fa dimenticare tutta la fatica che ci hai messo, e ti permette di distaccarti con leggerezza e senza alcun rimpianto da parole, periodi, interi periodi.
Sforbici sforbici, e vedi il testo riprendere quota.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 124 other followers