Sul web il paragrafo serve, oh se serve!

25 mag

Uno dei misteri di questo blog è il successo del post Paragrafi e capoversi, da quattro anni invariabilmente tra i più cliccati. E sì che i post ormai sono quasi 2.000. Sarà davvero così interessante il paragrafo? Forse sì, se venerdì scorso il Guardian gli dedicava un lunghissimo e dottissimo articolo, ma scritto in maniera talmente brillante che l’ho letto in un fiato.

La questione è il destino del paragrafo in un mondo digitale in cui – ci dicono – abbiamo ormai attenzione solo per frasi brevissime. Cominciamo a leggere e già siamo stufi. Ci dicono, ma io non ci credo tanto, altrimenti il web non sarebbe pieno di testi lunghi e di gran successo, come appunto quelli del Guardian, dell’Economist, di Quartz, di Brain Pickings o del nostro Internazionale. Però è vero che moltissimi siti si stanno orientando verso testi in cui i capoversi sono fatti di una sola riga separata dalle altre con uno spazio. Uno di questi è Copyblogger, famosissimo sito sul copywriting e il content marketing. Sapranno quello che fanno, ma io quelle frasette corte corte non riesco più a leggerle e penso che tra un impenetrabile muro di parole e un testo che solo a vedersi appare sbrindellato ci siano delle ottime e percorribili vie di mezzo.

Il paragrafo – ci racconta il Guardian – è un’invenzione relativamente moderna: arriva infatti con il libro a stampa tra Quattrocento e Cinquecento. Sui manoscritti si scriveva tutto di seguito e si indicavano le cesure nel testo con dei simboli a margine. Paragrafo, del resto, significa proprio questo: “scritto a lato”. Nei primi libri a stampa i paragrafi furono separati dal simbolo del paragrafo in uso anche sui nostri programmi di scrittura: ¶. Poi per fortuna arrivarono rientro e spazi a rendere il testo più arioso e la lettura fluida e spedita. Con il web il rientro è andato in pensione, sostituito dal doppio spazio (salvo poi riciclarsi con efficacia a indicare una citazione).

Ma quanto può essere lungo un paragrafo? L’articolo riporta un bel po’ di opinioni… 10 righe, 300 parole…? Queste misure lasciano il tempo che trovano; per me sul web un paragrafo corrisponde a un modulo autonomo, con un focus preciso, di lunghezza uniforme (senza ossessioni!), che assecondi la lettura sullo schermo.

Come l’autore dell’articolo, penso che sia soprattutto il testo digitale ad aver bisogno del paragrafo e per più motivi:

  • ad apertura di pagina, ancor prima di aver letto una sola parola, dà l’impressione rassicurante di un testo organizzato, in cui è più facile trovare ciò che si cerca
  • se titoliamo i paragrafi, offriamo un primo livello di lettura “esplorativa”, necessaria per tirar dentro il lettore; vi dice niente “lettura millefoglie”?
  • l’organizzazione in paragrafi aiuta anche chi scrive a strutturare bene i contenuti e a costruire l’argomentazione
  • la forma del testo parla da sola: se dopo un paragrafo di sette righe, ne arriva improvvisamente uno di mezza riga, so cosa aspettarmi: un colpo di scena, un’informazione particolarmente importante, una svolta, un’osservazione dell’autore. Lo spazio a volte funziona meglio del grassetto; luce naturale invece di un riflettore.
  • un paragrafo più lungo permette di dare al testo un ritmo disteso, quello che si ottiene alternando frasi lunghe e frasi brevi, quello che ti trascina con sé e ti porta alla fine senza che nemmeno te ne sei accorta
  • i testi più lunghi e argomentati servono nella vita e nel lavoro ed è importante non perdere l’allenamento: servono per presentare un progetto, per ottenere un finanziamento, per partecipare a una gara, per presentarsi al meglio, per raccontare, per chiarire le idee a sé stessi e agli altri.

Il segreto, ne sono sempre più convinta, è nella combinazione testo anche lunghetto + struttura, ma struttura visibile, chiara, parlante, già ad apertura di pagina. Poi è vero che ci sono testi informativi e di servizio (pensiamo a quelli pensati per lo smartwatch) che devono essere brevi e fulminei, dove non parliamo neanche di righe, ma di parole, ma anche quei testi brevi devono essere costruzioni in miniatura, coerenti e coesi. Tutto il contrario degli sbrindellati.

Da Lisa a Janet: anatomia di una lettera

17 mag

Un paio di post fa menzionavo il “reverse engineering” dei testi come il metodo consigliato da Steven Pinker per smontarne e scoprirne il meccanismo interno. E così capire cosa funziona e cosa no.

È una cosa che faccio sempre – anzi ormai quasi esclusivamente, insieme al “reengineering”, ovviamente – nei laboratori di scrittura che tengo nelle aziende. Solo mettendo le mani in pasta si capisce e si impara davvero. E le parole sono una cosa concretissima, come i mattoncini del Lego: sono fatte per le più infinite combinazioni.

È una cosa che faccio anche tra me e me quando leggo qualcosa che mi colpisce, mi entusiasma, mi conquista. Mi viene spontaneo guardarci dentro per capire “perché”.

Qualche giorno fa ho incontrato in rete uno di questi testi: 12.400 caratteri, 2.133 parole, che corrispondono più o meno a 5-6 cartelle di carta. Eppure l’ho letto d’un fiato, senza fermarmi, sullo schermo del mio smartphone. Non sono stata la sola entusiasta:

L’autrice si chiama Lisa Vozza, fa la divulgatrice scientifica e cura la sezione dedicata alla biologia sul blog Aula di Scienze del sito di Zanichelli. La seguo e la ammiro da anni, tanto che i suoi post sono finiti nei miei due ultimi libri, ma questa volta ha superato sé stessa, per cui il “reverse engineering” del suo ultimo post è stato un istruttivo e irrinunciabile piacere.

A questo punto potete leggervi prima Comincia a prelevare e poi, se vi va, tornare qui, oppure fare il contrario. Insomma, fate voi.

Ma come fa un testo così lungo a tenere così inchiodati noi lettori sempre più frettolosi, impazienti e distratti?

1. Ha un titolo fulminante, misterioso, eppure informativo (anche se lo scopriremo dopo un po’)

Cosa ci sarà mai da prelevare? Il pensiero corre al denaro, ma in un blog di biologia?
E chi comincia? È un presente indicativo alla terza persona singolare o un imperativo?

2. Ha un incipit sorprendente: si tratta di una lettera a una certa Janet

“Mia cara Janet”… chi resiste dal mettere il naso nella corrispondenza privata di due signore?

3. Fin dall’inizio non “sappiamo” qualcosa, ma “vediamo” qualcosa

mi dicono che giravi per Oxford in una Mini gialla, ti vestivi di tweed e andavi in biblioteca fino a quasi novant’anni, con il tuo apparecchio acustico che, fischiando, disturbava gli altri lettori.

Non sappiamo ancora chi sia Janet, ma comincia a piacerci: è una signora vissuta molto a lungo, intraprendente, studiosa, curiosa, che se ne frega del parere degli altri. Lisa Vozza scatta un’istantanea fatta di sole parole, ma parole “vivide”, concrete, in un vero concentrato sensoriale: la vista con il colore, il tatto con il tweed, il fischio dell’apparecchio acustico. Siamo solo all’inizio e il nostro “teatro mentale” è già pieno. Come non proseguire?

4. Il dialogo tra le due signore si fa più intimo e fitto

Che modo impertinente di cominciare una lettera, penserai là dove sei. È che, vedi, la mia ammirazione per te è talmente sconfinata, che se partissi dagli elogi ti metterei in imbarazzo.

Se l’ammirazione è sconfinata, Janet deve aver realizzato davvero qualcosa di grande e importante. Come non leggere oltre? È l’effetto “trampolino”, quello che in un testo ci lascia sospesi sul bordo della curiosità alla fine di un capoverso, di una pagina, di una puntata. Gli scrittori dei romanzi a puntate lo padroneggiavano benissimo, e Lisa Vozza con loro.

5. Dopo il trapolino, arriva la staffetta

La “staffetta” – denominazione carradesca alla buona del passaggio del testimone da un periodo all’altro – è in questo caso affidata a una parola: ammirazione, che arriva puntualmente nel capoverso successivo:

L’ammirazione comincia per te bambina, quando hai ignorato quella preside che di te ha detto: «Troppo stupida per imparare». Poi prosegue, per il coraggio di decidere di fare il medico, in un’epoca in cui le dottoresse erano merce rara. Talmente rare che non le volevano neppure i più poveri dei poveri.

Quante informazioni in tre sole righe! Il racconto comincia da Janet piccola… bene, allora ora si va con ordine. Janet è un medico ed è vissuta un po’ di tempo fa. Janet è una donna coraggiosa, oltre che originale… la storia si fa interessante, ma Lisa svela le sue carte solo un po’ alla volta, tiene la nostra curiosità in sospeso proprio per tenerci e portarci con lei.
Alla fine, poi, c’è un’altra piccola staffetta tra le frasi: il testimone è l’aggettivo raro e la ripetizione è una figura retorica che si chiama anadiplosi.

6. Anche un breve capoverso è un cerchio che si chiude

Non ti volevano nemmeno i malati dei quartieri più tristi di Londra, dove ti avevano mandato, cara dottoressa Vaughan, durante la specialità. Lì un paziente ti aveva perfino detto: «Non c’è un medico maschio? Piuttosto che farmi curare da lei preferirei un nero». Fra emarginati ci si capisce, vero, Janet?

Si comincia con i malati, si chiude con gli emarginati. In questo piccolo cerchio perfetto conosciamo il cognome di Janet e un altro pezzetto della sua vita. Le difficoltà che si trova ad affrontare sono sintetizzate in una frase pronunciata come discorso diretto. Cosa c’è di più diretto?

7. Comincia il viaggio dell’eroe… ooops dell’eroina

Fra quei malati che avevano bisogno di tutto, come hai trovato il tempo, lo spirito, la sete per dedicarti anche alla ricerca? Perché è lì che ti sei chiesta se la cura migliore per l’anemia perniciosa fosse proprio l’arsenico. E non lo era, come avevi letto nei lavori di quel medico americano, George Minot, che aveva ottenuto risultati migliori con un estratto di fegato crudo.

È una lettera sì, ma è anche una storia e prima ancora di rendercene conto ci siamo dentro con tutte le scarpe. Come in ogni vera storia, anche la nostra eroina ha difficoltà apparentemente insormontabili da affrontare. Ce la farà? Per saperlo non possiamo che leggere oltre. E tifare per lei.

8. Il cerchio si allarga all’ambiente di Janet

Mentre cerchi di provare se la tua idea è buona, riesco a immaginarti grazie a tua cugina, Virginia Woolf, che ti ha messo in quella scena di Una stanza tutta per sé, in cui appari presissima a tritare i fegatini di cane. Siamo negli anni Venti, no?

Se Janet è tosta – ormai si è capito –, Lisa è abilissima nel tirarci dentro il testo. Ora stacca il primo piano dalla sua eroina e allarga il campo alla Londra degli anni venti. Janet è cugina di Virginia Woolf, che l’ha persino messa in un suo famossissimo libro.

9. Detto tra noi

L’idea di tentare con i cani, mi han detto, era del tuo capo, ma non aveva funzionato. Allora hai provato su di te. E la mattina dopo eran tutti lì increduli, in ospedale, a vedere se eri ancora viva. Vivissima, eri, cara Janet. Allora il grande professore ha deciso di dare l’estratto di fegato a un paziente in fin di vita, che è sopravvissuto.

Ovviamente il prof si piglia tutto il merito, ma tu, Janet, te ne sbatti, come direbbe mia figlia, e te ne vai a Harvard. E lì la tua passione per il sangue continua. Ma neppure negli Stati Uniti, un Paese assai meno snob della tua vecchia isola, una donna medico veniva accolta a braccia aperte. Tanto meno se voleva fare ricerca. Per te, Janet, non c’erano né pazienti, né topi. C’erano solo «bloody pigeons»: così chiamavi i tuoi cari piccioni, che tanto ti hanno detto sulla vitamina B12.

Lisa sembra ignorare noi lettori, tanto è fitto e confidenziale il suo dialogo con Janet. Quella confidenza tra donne è data dai tanti incisi – mi han detto, ma tu, Janet, ne ne sbatti, come direbbe mia figlia – così credibili e “parlati”, che costellano tutti gli oltre 12.000 caratteri. E se ci sembra ormai di vedere Janet in carne e ossa, ci sembra anche di “sentire” Lisa e di immaginarla mentre scrive la sua lettera. Lo spettacolo ha avuto inizio e noi lì – apparentemente ignorati – ma ormai presi. Come al cinema, come a teatro.

10. Il potere delle domande

Dimmi la verità, Janet, non ti venivano mai i nervi? Neanche in quell’ospedale in cui lavoravi dopo il ritorno in Inghilterra, appena sposata? Sì, quel posto a Londra, dove gli altri medici che ormai conoscevano la tua reputazione, e avevano bisogno dei tuoi consigli, ti scrivevano delle lettere pur di non parlarti!

E come ti sei sentita, Janet, quando quel paziente ti ha chiesto di non dargli più quella medicina, l’estratto di fegato, perché gli faceva venire fame e lui non aveva i soldi per mangiare? Non sai che cosa darei, Janet, per vedere la sua faccia, e la tua, in quella corsia d’ospedale londinese degli anni Trenta.

Lisa è curiosa, chiede, interroga, incalza. Non solo sulla vita di Janet, ma sui suoi stati d’animo, i suoi sentimenti.

11. Empatica, ma precisa

Lisa sa, e sa usare con precisione i termini tecnici. E qui abbiamo un rassicurante sussulto: capiamo che non ci ignora affatto, anzi. Sa perfettamente che sta scrivendo sul blog del sito di una casa editrice per la scuola, sa che che la leggono gli insegnanti di scienze, gli studenti (magari!), i giornalisti scientifici come lei, le blogger curiose come la Carrada. Curiose, ma ignorantissime. Ed ecco che arrivano, piano piano, le parole tecniche e specialistiche: anemia perniciosa, citrato di sodio, coagulazione, gruppi sanguigni. Centellinate, inserite in un contesto narrativo che ce le fa capire, senza bisogno di tante spiegazioni.

12. Una corsa piena di ritmo

Io non credo che Lisa abbia letto tutti i sacri testi sull’usabilità e la lettura dei testi in rete (legge altro e fa benissimo), ma nella sua lunghissima lettera applica alla perfezione il modello “a strati” o “millefoglie” raccomandato da Jakob Nielsen, quello che ci assicura lettori che hanno voglia di scrollare di capoverso il capoverso. Il millefoglie ha un ritmo incessante, lo abbiamo visto e soprattutto “sentito”, ma Lisa ce lo fa anche vedere in pagina: capoversi di tre-quattro righe al massimo, con un incipit in grassetto:

È quello che un grande information e newspaper designer, Mario Garcìa, chiama “multisegment storytelling”.

Come si crea questo ritmo trascinante, così naturale e credibile? Studiando e preparandosi tanto, facendo propri i contenuti, digerendoli non solo al fuoco della conoscenza ma anche a quello della passione. Sono sicura che Lisa si è messa a scrivere solo quando si è sentita pronta e che ha scritto di getto :-)

Io mi fermo qui, ma la storia è solo a metà. Sappiate che la nostra eroina ne ha ancora di peripezie da attraversare, ma sfiderà intrepida le condizioni più difficili, come i bombardamenti su Londra. La sua vita – almeno questo lo sappiamo dall’inizio – è stata lunghissima: scoprite cosa è riuscita a fare questa magnifica dottoressa per i suoi colleghi, per le donne, per ciascuno di noi. Non potrete fare a meno di pensarla con gratitudine ogni volta che varcherete la soglia di un ospedale o vedrete passare a sirene spiegate una macchina dell’emergenza sangue.

In Studio, dunque scrivo Claudia Trequadrini e io abbiamo inserito il genere dell’intervista come tipologia testuale da praticare a scuola, con molti esercizi, a partire dalle famose interviste impossibili ai grandi personaggi da parte di Umberto Eco, Italo Calvino, Alberto Arbasino e tanti altri. Be’, ora ci metterei il genere della lettera – come magnifico esercizio di scrittura – e partirei proprio da questa. Se qualche insegnante ne farà scrivere una ai propri studenti, ce lo faccia sapere però!

Leonardo, Verrocchio e i segreti delle due dame

16 mag

La mostra Leonardo 1452-1519, che ho visitato qualche giorno fa al Palazzo Reale di Milano è grandiosa ed emozionante. Certo, la user experience  nel suo complesso non è proprio il forte delle mostre di Palazzo Reale, con fin troppi pannelli da leggere, ma le opere sono tantissime e l’audioguida è un bel racconto, preciso, concepito davvero per l’ascolto.

Anche chi conosce bene Leonardo vi scoprirà molte cose che non sapeva, ma è il taglio della mostra a essere davvero interessante: il disegno di Leonardo come lo strumento di indagine dell’uomo e della natura e Leonardo sì come genio ma un genio pienamente collocato nel suo tempo.

Se trovarsi a tu per tu con i disegni e i codici di Leonardo emoziona (mai ne ho visti così tanti, tutti insieme!), il confronto continuo con i contemporanei fa capire meglio come nascono le soluzioni geniali di Leonardo pittore, scultore, architetto, inventore e scienziato. Insieme a lui ci sono Botticelli, Ghirlandaio, Lorenzo di Credi, i suoi allievi di bottega, Francesco di Giorgio Martini, Filarete e alla fine, anche Andy Wahrol, Duchamps e un meraviglioso Corot. Ma soprattutto c’è il suo maestro, Andrea Verrocchio.

Andrea Verrocchio. Donna con mazzolino di fiori.

Leonardo da Vinci. La belle Ferronière.

 

Andrea Verrocchio aveva una delle botteghe più fiorenti della Firenze del secondo quattrocento, piena di aiuti e allievi, tra cui il giovanissimo Leonardo. Un racconto di Giorgio Vasari, ricordato in tutti i libri di storia dell’arte, vede l’allievo superare il maestro in un dipinto che rappresenta il battesimo di Cristo: l’angelo di lato, bellissimo, spiccherebbe su tutto grazie alla mano del giovane Leonardo. “Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui.”

La mostra mette vicino due capolavori dei due artisti in un confronto che mi ha veramente stregata, talmente è fitto di rimandi, riflessi e opposizioni sottili. Entrambi sono ritratti di donna. Ignota quella di Verrocchio, incerta quella di Leonardo, che però nella tradizione prende il nome della giovane amante del re di Francia Francesco I.

I due sembrano essersi scambiate le parti. Lo scultore orafo Andrea Verrocchio tratta il marmo con una morbidezza palpitante tutta leonardesca: la tunica è leggerissima, un velo che si increspa in mille pieghe come nei disegni di Leonardo, che studiava instancabilmente i panneggi su tele di lino. Leonardo, invece, realizza il più scultoreo dei suoi dipinti: contorni netti e un vestito che sembra cesellato da un orafo.

Il fulcro della scultura sono le mani, sensibili e vibranti, che stringono al petto un mazzolino di fiori; gli occhi della dama sono due mandorle vuote, come un volto di Modigliani. Nel dipinto, invece, la bella Ferronière nasconde le mani sotto la balaustra ed è tutta occhi. Guarda intensamente, in direzione di qualcosa o qualcuno che non vediamo e invano cercheremo di incontrare i suoi occhi. Si volgono all’improvviso, volitivi e decisi, come il suo busto, aprendo uno squarcio sull’anima: per Leonardo atteggiamenti, movimenti e sguardi delle persone ritratte erano sempre “moti della mente loro”. Ma moti misteriosi, come quelli di questi occhi o del sorriso della Gioconda.

Incipit: il lato razionale, il lato poetico

10 mag

“L’attacco è come la luce di una torcia puntata sul fondo del pozzo della storia. Non è necessario vedere tutto fino al fondo, ma è necessario vedere attraverso l’oscurità.”

Sì, l’attacco è talmente importante – per qualsiasi testo, su qualsiasi medium – che Roy Peter Clark lo paragona a una luce che fin dall’inizio deve almeno far intravedere cosa c’è oltre. Lo fa in un bellissimo pezzo su poynter.org, il sito di riferimento per la scrittura giornalistica a livello mondiale, in cui esamina l’attacco di tutti i testi vincitori dell’ultima edizione del Pulitzer.

“Esaminare” per Clark significa “passare i testi ai raggi X”, cioè guardare oltre la superficie, per svelare il meccanismo interno grazie al quale un testo funziona (o non funziona). Una cosa concretissima, come il meccanismo di un orologio, solo che invece di rotelle e lancette ci sono lessico e sintassi. Clark smonta e rimonta sotto i nostri occhi di lettori.

È quello che un altro grande “smontatore” di testi, lo psicologo del linguaggio Steven Pinker, chiama il “reverse engineering” e raccomanda a tutti coloro che desiderano migliorare la propria scrittura. In inglese “reverse-engineering” significa esaminare un prodotto, scoprirne i dettagli di materiali e costruzione per poterlo riprodurre. Possiamo fare lo stesso con i testi che ci piacciono: smontarli e rimontarli significa leggerli e rileggerli con estrema consapevolezza per scoprirne il meccanismo interno. Una cosa molto più utile del famoso ma generico “per imparare a scrivere bisogna leggere tanto”.

L’incipit di un testo è sempre stato importante, anzi, fondamentale. Chi non ricorda o non ha mai citato l’espressione del poeta latino Orazio “in medias res”? Nell’Ars Poetica Orazio si riferiva allo stile epico di Omero, che cominciava i suoi poemi portandoci nel vivo di un avvenimento, senza tanti preamboli e premesse.

È un invito di una modernità assoluta, soprattutto per noi che scriviamo testi destinati a essere letti su uno schermo, spesso in mobilità, con altri mille testi che si contendono l’attenzione del lettore o del cliente. Oggi, più che mai, l’incipit è tutto e deve gettare la sua luce su quello che viene dopo. È letteralmente tutto, perché dallo schermo vediamo solo quello, e se leggiamo dallo schermo dello smartphone o lo ingrandiamo dallo schermo del tablet, è un tutto piccolissimo. La sua luce, allora, deve essere potentissima.

Ce lo ricorda, semmai ce lo fossimo scordati, uno degli ultimi articoli di Jakob Nielsen: The Fold Manifesto. La famosa “piega” è il confine tra ciò che lo schermo mostra e ciò che possiamo vedere solo scrollando. Se nel quotidiano di carta questo confine è ben tracciato, sullo schermo è labile e fluttuante perché cambia a seconda del device sul quale si legge e della visualizzazione dell’utente. E allora, come si fa? “The fold is a concept” ci dice Nielsen. Tradotto in pratica, significa scrivere sempre attacchi forti e significativi, che facciano intuire cosa c’è oltre e invitino a scrollare, un’azione che compiamo solo se abbiamo tanta curiosità o una buona ragione. E qui si incontrano la poesia di Clark e le evidenze delle ricerche di eyetracking di Nielsen.

Naturalmente la quantità e la qualità della luce che il nostro incipit deve gettare su tutto il pezzo cambia a seconda del contenuto, del target, del medium e dell’obiettivo comunicativo. Concentrata e precisa se comunichiamo al cliente un’informazione importante per lui o se la notizia sarà letta su un device mobile: titolo informativo e preciso, informazione più importante nella prima riga, meglio se con un primo periodo breve. Più ampia e soffusa se il testo è lungo, narrativo, coinvolgente: allora il titolo si può sdoppiare nel sottotitolo per integrare informazione e curiosità; l’incipit può essere persino lungo, attirare il lettore e trascinarlo oltre grazie a una sintassi coinvolgente e sinuosa.

Su questo blog leggi anche:

Che ne dite di un testo a forma di imbuto?
I geometrici labirinti sintattici di Maria Popova

Scrivendo, trasformo ciò che so

6 mag

Come mi è piaciuta questa frase che ho letto in La scrittura dalla scuola superiore all’università, curato da Maria Emanuela Piemontese e Patrizia Sposetti!

Da Maria Emanuela Piemontese, che ha contribuito in modo decisivo all’elaborazione dell’indice di leggibilità della lingua italiana Gulpease, ho imparato tutto quello che so sulla semplificazione del linguaggio e al suo storico dueparole dedicai tempo fa un lungo articolo sul Mestiere di Scrivere.

Questo libro nasce da una lunga esperienza di didattica della scrittura con studenti in uscita dalla scuola secondaria superiore e in entrata nelle facoltà umanistiche dell’università La Sapienza di Roma. I laboratori di scrittura si basano sulle tecniche di “scrittura controllata”, che detto così può sembrare una cosa strana e che vuol dire semplicemente “scrittura consapevole”, fatta di scelte motivate e ragionate invece che di lasciarsi andare alla libera espressione o all’estro del momento. Insomma, “scrivere di getto” è il punto di arrivo di un lungo lavoro. Quando sai cosa funziona, ma soprattutto perché funziona, allora sì che puoi lasciarti andare.

Leggendo, nell’esperienza delle autrici ho trovato conferma di tante mie convinzioni di “praticona” della scrittura:

  • è molto più efficace lavorare direttamente con i testi, metterci le mani dentro, smontarli e rimontarli, piuttosto che prima dettare le buone regole e poi chiedere di applicarle
  • l’ispirazione come dono divino non esiste, e nemmeno come dono di natura
  • scrivere è un’abilità che si può insegnare, anzi si deve, perché oggi è più decisiva che mai
  • parlato e scritto sono due cose profondamente diverse: l’uno è naturale e istintivo, l’altro no e ci vogliono molti anni per impararlo e raffinarlo; l’uno dipende molto dal contesto, l’altro deve avere una sua autonomia; l’uno ha un andamento a spirale, senza ordine gerarchico tra le informazioni e vive di ripetizioni, l’altro un andamento lineare perché pensato e studiato anche grazie all’insostituibile vantaggio del tempo.

Anche per questo scrivere non è “dire ciò che si sa” ma “trasformare ciò che si sa”.

Sul Mestiere di Scrivere leggi anche:

Scrivere, in compagnia del testo

Il nostro cervello cartografico

20 apr

Perché la carta è meglio si intitola la segnalazione/recensione di Words Onscreen di Naomi Baron, firmata da Roberto Casati sulla Domenica del Sole 24 Ore di ieri.
Al di là della semplificazione giornalistica del titolo, anche i più entusiasti del digitale (in cui mi metto anch’io) ormai convengono che in alcuni casi la carta è meglio. Per me, è meglio per studiare, digerire, fare mio, ricordare.
La sorpresa delle ultime ricerche è che a preferire la carta per studiare sono anche i ragazzi. Il manuale cartaceo vince decisamente sullo schermo.

Il libro della Baron – il recensore lo fa elegantemente capire tra le righe – è lungo ed è anche un po’ una pizza. Quindi lui stesso ci fa una breve panoramica delle ricerche più recenti e affidabili:

  1. Studio di Laura Bowman e colleghi (2010). Gli studenti universitari del gruppo di controllo prima rispondono a un certo numero di messaggini, poi leggono un testo. Quelli del gruppo sperimentale rispondono ai messaggi mentre leggono un testo. I primi ci mettono più tempo a completare la lettura del testo.
  2. Meta analisi di De Stefano e Lefevre (2007). Chi legge seguendo i link ipertestuali capisce meno di chi legge in modo lineare (ipotesi: il primo usa in modo non ottimale la propria memoria, sovraccaricata).
  3. Studio di Ann Mangen e colleghi (2013). Peggiori risultati, per studenti universitari, nella comprensione di un passaggio di 1.500 parole su un pdf su schermo rispetto a uno stampato (ipotesi: è più facile nel secondo caso creare una mappa mentale del testo che si legge).
  4. Studio di Cynthia Chiong e colleghi (2012). I bambini della scuola materna che co-leggono con i loro genitori ricordano meglio la storia quando la sorgente è cartacea rispetto a quando viene usato un ebook “aumentato” (ipotesi: si interessano di più a tutti gli “aumenti” e non fanno attenzione alla storia).
  5. Lavoro di Ferris Jabr (2013) sulla preferenza del cervello per la carta uscito su Scientific American: la semplicità tecnologica del libro di carta è la sua arma vincente per la qualità della lettura.
  6. Studi della Cost Action Fps 1104 della Commissione Europea e della stessa Baron. Gruppi di studenti universitari intervistati in diversi paesi danno una preferenza schiacciante ai manuali cartacei rispetto a quelli su schermo. Uno studio dell’università Bicocca di Milano conferma.

Casati distingue, giustamente, tra leggere e studiare:

Studiare su un manuale non è come leggere un romanzo e tantomeno guardare un video. Il fatto è che studiare non è facile e le strategie per ottenere buoni risultati sono molte e diversificate; per quel che ne sappiamo, vengono esaltate dall’ecosistema della carta e mortificate dagli schermi. Si deve evitare la distrazione e il continuo mettersi a fare altro. Ci sono frequenti andirivieni tra parti già lette e parti che si stanno leggendo. Si usa una memoria tattile (la mano inserita a pagina 106 serve da promemoria mentre si legge a pagina 130) completamente inoperante con gli schermi (anche i touchscreen, che non aumentano affatto ma riducono drasticamente il nostro repertorio tattile, contrariamente alla vulgata pubblicitaria). La doppia pagina di carta aperta, stabile, viene automaticamente scansionata e “mappata” dal nostro cervello cartografico, che fa molta più fatica con un testo liquido che scorre (con buona pace dei vati della liquidità del mondo). La nostra memoria viene confortata dal fatto che una pagina di carta voltata continua a esistere come oggetto; la schermata è invece il risultato di un processo per sua natura effimero, e una volta passata, è come se non esistesse più – come ha detto uno studente.

Il tema della lettura nel passaggio dalla carta al digitale mi appassiona e ne ho scritto più volte. Eccole:

Il ritorno dello slow reading
Pensieri e progetti in movimento
Tra una parola e l’altra, il tempo di ridere e piangere
Sul web, così si legge, così si scrive (dati alla mano)
Letture e carte topografiche
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Continuare a danzare con i testi
Anatomia della lettura
Nanocontent per minischermi
Leggere sullo schermo, meno facile di quanto pensiamo

IfBook Then: i libri passano, le storie no

17 apr

Qualche mese fa dedicai un post alla Fondation Beleyer di Basilea, che intitolai Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni. Così venerdi 27 aprile marzo, quando ho sentito Sab Chan raccontare del “museo senza testi” ho fatto un salto sulla sedia. Ero a IfBook Then, il bellissimo evento promosso da Bookrepublic sul futuro dei libri, dei contenuti, delle storie, dei brand e delle loro storie, delle tecnologie che le raccolgono, le diffondono, qualche volta le creano. Il museo senza testi è il Cooper Hewitt di New York, il polo dedicato al design dello Smithsonian. Sebastian Chan è il direttore dei progetti digitali.

Il museo senza testi dunque esiste, ma trabocca di storie. Quelle degli oggetti – dai ventagli del settecento ai libri popup, agli oggetti contemporanei stampati in 3D – fino alle storie di ogni singola visita che ogni visitatore ritrova, porta con sé e conserva. Tutto comincia infatti prima della visita, che si può pianificare sul sito del museo seguendo le suggestioni più diverse, perfino le sfumature di colore che accomunano i diversi oggetti o le loro dimensioni. Prosegue nel museo, dove si gira con una penna interattiva che permette di fare un sacco di cose, come disegnare o salvarsi gli oggetti. Altre attività ed esplorazioni sono sui grandi pannelli digitali distribuiti in tutto il museo, fino alla esperienza della Immersion Room, dove si fa un tuffo nella collezione di carte da parati più ricca del Nordamerica, scegliendo tra centinaia di carte digitalizzate ad alta definizione.

 

Alla fine si torna a casa, ci si collega al sito e si ripercorre e si salva la “propria visita”, completa di tutto ciò che abbiamo ammirato e creato, completa di appunti.

IfBook Then quest’anno ci ha proiettati davvero nel futuro, ma un futuro che è già tra noi, anche se qui in Italia riusciamo solo a sbirciarlo. I tanti relatori stranieri, o italiani che lavorano in giro per il mondo da anni, ce lo hanno srotolato davanti in un caledoscopio di immagini, video, progetti.

Svincolati dall’oggetto che li ha racchiusi immobili e immutabili per tutta la “parentesi Gutenberg” i contenuti scompaiono alla nostra vista, ma sono pronti a venire verso di noi indovinando i nostri desideri, persino quelli che non sappiamo ancora di avere. È stato il tema dell’intervento di Peter Brantley, direttore delle applicazioni digitali della New York Public Library. Già ora lasciamo innumerevoli tracce sui nostri comportamenti di lettori: cosa leggiamo, come, dove, quando… una massa enorme di dati, un magazzino gigantesco di gusti, interessi, conoscenze. La loro analisi permetterà di capire cosa rende una storia coinvolgente, cosa piace di più e perché, modificare una storia sulla base degli interessi dei lettori, fino alla personalizzazione più spinta che, appunto, porterà i contenuti verso di noi senza bisogno di andarli a cercare.

E non illudiamoci di sfuggire alla registrazione universale. Siamo circondati di oggetti pieni di microscopici sensori che di noi tracciano tutto e tra un po’ ci diranno non solo come stiamo ma anche cosa è meglio fare. Mentre mi venivano un po’ i brividi a pensarci, Andrea Onetti di STMicroelectronics (gli italiani che fanno i sensori e i mems per tutto il mondo) ha ricordato che l’aspirazione dell’uomo ad aumentare la percezione dei sensi è antichissima e ne fanno parte il compasso, il termometro e il microfono, cose che hanno reso la nostra vita più semplice e rassicurante. E Rosalind Picard, che dirige la ricerca sull’Affective Computing al MIT, ha raccontato come insegna alle macchine a leggere le emozioni sui nostri volti e quanto queste applicazioni possono aiutare a comprendere il mondo delle persone autistiche e migliorare la vita di chi soffre di epilessia.

Su IBT15 un bell’articolo di Wired: IfBook Then, i libri del futuro ci verranno a cercare

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