Evviva l’italiano, più vivo che mai!

21 ott

Non ho ancora visto Il giovane favoloso di Mario Martone, ma intanto ho sbirciato nella dimensione più familiare e informale di Giacomo Leopardi attraverso la lettura di Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, libretto brillante e illuminante di Giuseppe Antonelli.

Il docente universitario di linguistica italiana è anche il conduttore della trasmissione di Radio3 La lingua batte, nonché grande appassionato ed esperto di canzoni. Lo si vede, e soprattutto lo si sente, dal bel ritmo di questo libro, che passa con disinvoltura da Dante alle canzonette, da Manzoni al web.

Ebbene sì, Leopardi diceva e scriveva le parolacce, quando ci volevano ovviamente. Dante le mette più che credibilmente in bocca ai suoi personaggi nell’Inferno. E Manzoni, se non proprio “un attimino” non disdegnava di scrivere “un momentino”. Per non parlare di altri famosi scrittori che facevano i loro bravi errorucci o incorrevano in quelli che oggi ci sembrano tali. L’obiettivo di Antonelli non è certo di prendere in castagna i nostri miti del liceo, ma di dimostrarci che “l’italiano” perfetto, immutabile, il riferimento di una fantomatica “bella scrittura” non esiste e non e mai esistito.

“Bisogna farsene una ragione: il purismo alle lingue fa male.”

E per fortuna, perché “solo le lingue morte non cambiano nel tempo”. La nostra, la quarta lingua più studiata nel mondo, “gode oggi di ottima salute. Anzi, per certi versi non è mai stata così in forma.” In forma perché viva, accogliente, mutevole, scritta quotidianamente da milioni di italiani in email, chat e social media. Mai l’italiano scritto è stato praticato come oggi.

“Se si prende per buona l’idea della lingua come una sorta di organismo vivente, infatti, si può paragonare il lessico all’epidermide, le cui cellule sono sottoposte a un ricambio rapido e incessante.”

Il libro fa piazza pulita – con garbo, ironia, decisione e dati alla mano – di un sacco di pregiudizi: il congiuntivo è usatissimo, e con proprietà, dai giornali alle canzoni; “ma però” si può scrivere, eccome; il punto e virgola è in ribasso da tanto tempo, ben prima del web; le parole straniere, se usate quando servono e senza alzare inutili barriere,  arricchiscono la lingua, non la depauperano.

“Forse basterebbe avere un’immagine meno polverosa – meno libresca, appunto – del nostro italiano. Basterebbe smettere di accostarsi alla lingua usando la vecchia grammatica dei tempi di scuola. Abbandonare l’idea che l’italiano corretto sia come il pappagallo impagliato che l’amica di nonna Speranza tiene accanto al busto d’Alfieri e alle altre ‘buone cose di pessimo gusto’.
Ci si renderebbe subito conto che in una lingua viva e finalmente parlata (e scritta) da quasi tutti gli italiani in quasi tutti gli usi comunicativi, la norma non può che rifrangersi in una pluralità di norme.”

Io ho tratto dal libro molte conferme e spunti per il mio lavoro e anche la frase che mi rivenderò quando nell’aula di un’azienda mi sentirò arrivare la fatidica domanda “Ma a scuola mi hanno insegnato che secondo la grammatica… si può dire?” D’ora in poi risponderò, à la Antonelli:

“In fondo la grammatica è l’arte di dire le cose nel modo giusto al momento giusto.”

Su questo blog leggi anche:

Contro il perbenismo linguistico
Da che parte guardi la lingua tutto dipende
La Crusca su Twitter, che autorevole leggerezza!
Per il neo-crusc che è in noi
Le consolazioni del congiuntivo

Zen in the city

18 ott

Qualche giorno fa ho preso un segnalibro in un libreria romana, attirata dalla scritta:

Meditazione del segnalibro
Questo potrebbe essere il momento giusto per prenderti una pausa.
Chiudi il libro, chiudi gli occhi e recita mentalmente questi versi:

Inspirando, sento l’aria che entra
espirando, lascio andare le tensioni.

Inspirando, calmo il mio corpo
espirando, sorrido.

Apri gli occhi e riprendi le tue attività.

Giro e leggo:

zeninthecity.org
Il sito di riferimento sulla meditazione,
lo yoga e la mindfulness per chi vive in città
e usa tutti i giorni un dispositivo digitale.

Immaginavo un centro yoga e meditazione di Roma, mi aspettava invece il più ricco, generoso e pratico sito su questi temi che abbia mai incontrato, quale può nascere solo da una grande passione.

Paolo Subioli, che non conosco ma che ringrazio di cuore, non ha un centro yoga ma lavora in azienda come tanti di noi. Forse per questo è riuscito a creare un sito fatto proprio per noi che corriamo dalla mattina alla sera, siamo sempre connessi e irretiti dalle sirene del multitasking, incuriositi dalla meditazione ma convinti di non averne proprio il tempo.

In zeninthecity troviamo anche piccole meditazioni da fare mentre laviamo i piatti o puliamo la verdura, mangiamo, guidiamo, siamo fermi al semaforo, portiamo a passeggio il cane, facciamo le fotocopie in ufficio. Possiamo seguire le indicazioni, scaricare il pdf o l’mp3 di moltissime meditazioni, anche di grandi maestri come il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, cui Subioli soprattutto si ispira.

E ancora: letture, testi, poesie e tantissimi articoli accessibili ma mai superficiali su come introdurre piccoli, graduali ma fondamentali cambiamenti nelle nostre frenetiche e caotiche vite digitali. Per i romani, ci sono anche gli appuntamenti e i luoghi per praticare la meditazione in città, dai sangha di vicinato ai parchi.

Il tutto in un sito arioso e usabilissimo, con tante chiavi per trovare proprio quello che stiamo cercando, magari senza saperlo: per temi, maestri, sensazioni, luoghi, cose da fare.

Ora, fate una pausa ed entrate in zeninthecity.org

Frasi lunghe o frasi brevi? Frasi fluide!

16 ott

Tutto parte dalla frase, ma è buffo che l’attenzione maniacale alla frase, alla sua lunghezza, al suo ritmo, all’ordine delle parole, ti arrivi solo dopo molti anni. Un ritorno alle origini dopo aver girato intorno al testo in lungo e in largo.

“Scrivere frasi brevi” è una sorta di imperativo per le scritture professionali. Lo leggi in tutti i manuali, lo certifica l’indice di leggibilità: più le frasi sono brevi, più il testo è leggibile. In più, ora ci sono i limiti stringenti dei social a tenere le nostre scritture compatte e senza fronzoli.

“Nell’era digitale i testi brevi sono sovrani. Abbiamo sempre più bisogno di ottimi testi brevi.
Testi che ci facciano fermare, leggere e riflettere in un mondo sempre più veloce.
Una cultura affamata di tempo ha fame di testi snelli, semplici, puliti e diretti.”

ha scritto Roy Peter Clark nel primo capitolo del libro How to write short. Vero: se si vuole inchiodare il lettore, sorprenderlo, fare affermazioni decise, non c’è niente di meglio di una frase breve. Meglio ancora: una frase breve all’inizio o alla fine. All’inizio è un invito, alla fine è un sigillo.

Ma la frase breve sprigiona tutto il suo effetto potente solo se precede o segue frasi più lunghe. Per questo i testi fatti di tante frasi brevi possono essere chiari e funzionali, però raramente sono belli. Informano, spiegano, ma non trascinano né emozionano.

Io stessa, che pur predico la sintesi e la brevità, scrivo spesso in questo blog periodi molto lunghi. Ci ho riflettuto dopo aver letto l’ultimo articolo dello stesso Clark su Poynter.org: Fear not the long sentence, Non temere la frase lunga.

La lunghezza della frase è un falso problema. Ci sono frasi lunghissime che si leggono d’un fiato e con piacere. Altre cortissime in cui ti sembra di inciampare. Il vero problema è la fluidità: se il periodo scorre in virtù dell’ordine delle informazioni, delle parole e del loro suono, nessuno di accorge della lunghezza; se la lettura è frenata da un lungo inciso iniziale, se soggetto e verbo sono inutilmente separati, se ci sono parentesi all’interno del periodo, per la povera mente è tutto uno strapazzo.

La buona frase lunga è quella che ti trasporta con sé e quasi ti fa volare. Clark individua almeno tre buoni motivi per scriverne una:

  • condurre il lettore in un viaggio fisico o emozionale
  • creare un catalogo o un inventario (non necessariamente di cose!)
  • costruire un meccanismo logico, a sostegno di un’argomentazione.

E aggiunge qualche consiglio:

  • aiuta se soggetto e verbo della principale arrivano presto, senza far aspettare troppo la mente che legge
  • meglio una frase lunga per descrivere qualcosa di lungo
  • aiuta se la frase lunga è scritta in ordine cronologico: quello che viene o succede prima è detto anche prima
  • una frase lunga alternata a frasi medie o brevi serve il ritmo e la variazione
  • la frase lunga è l’ideale per elencare prodotti, nomi, immagini – riservandosi per la fine l’elemento più importante
  • le frasi lunghe richiedono una revisione più attenta di quelle brevi.

Su questo blog leggi anche:

Thanks, William, una frase perfetta
Frasi di fiume e di mare

#giornataproGrammatica #adottaunsegno

13 ott

Dieci cose che non bisogna vergognarsi di dire (o di scrivere) in italiano

  1. «Credo che hai torto» (invece di «Credo che tu abbia torto»). Perché il congiuntivo è sacro, ma non alla seconda persona singolare. E perché chi crede davvero in qualcosa deve usare l’indicativo.
  2. «Io e Antonio» (invece di «Io ed Antonio»). Perché la “d” eufonica si scrive solo quando si pronuncia.
  3. «A me mi». (invece di «a me» o «mi»). Perché a Roma lo dicono senza problemi. E perché, trattandosi della combinazione di un pronome tonico e di uno atono, non può essere considerata una vera ripetizione.
  4. «Gli ho detto» (invece di «ho detto loro»). Perché loro è l’unico pronome dativo a essere dotato di accento proprio, a non potersi combinare con altri pronomi («me lo», «te lo», «glielo», ecc.; ma non «ho dato loro lo»), a non potersi allacciare a un infinito verbale, e a essere impiegato, salvo rarissime eccezioni, dopo il verbo. Perché insomma, gli è molto più comodo.
  5. «Lui rispose» (invece di «egli rispose»). Perché lui è un pronome molto più duttile e molto meno impegnativo di egli.
  6. «Non c’è niente che ho bisogno» (invece di «non c’è niente di cui ho bisogno»). Perché nel che polivalente prima o poi ci caschiamo tutti, mica solo Jovanotti.
  7. «Sé stesso» (invece di «se stesso»). Perché «se stesso» è l’eccezione («il pronome sé si scrive sempre accentato tranne quando precede stesso») di un’altra eccezione («i monosillabi in italiano non sono mai accentati, salvo alcuni omografi»). Dunque, è una colossale sciocchezza.
  8. «La maggior parte dei miei amici sono stranieri» (invece di «la maggior parte dei miei amici è straniera»). Perché in certi casi nulla ha più senso della concordanza a senso.
  9. «Ha nevicato» (invece di «è nevicato»). Perché sulla meteorologia è impossibile mettere tutti d’accordo.
  10. «Qual’è» (invece di «qual è»). Perché l’ortografia non è tutto. E perché pur sapendo benissimo che è sbagliato, quando sono sovrappensiero lo scrivo così anch’io (come dov’è, cos’è, quand’è).

Questo decalogo semiserio è stato scritto da un linguista serissimo, Andrea De Benedetti, autore del bel libro Val più la pratica, in occasione della Giornata proGrammatica 2013, un’iniziativa della trasmissione La lingua batte di Radio3, condotta da Giuseppe Antonelli. Vi collabora il Miur e la sostengono l’Accademia della Crusca e l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana.

Quest’anno si ripete venerdì prossimo, 17 ottobre: una vera maratona radiofonica che dura tutta la giornata. L’intero palinsesto di Radio3 si concentrerà sull’italiano e la grammatica e i diversi programmi ospiteranno gli incontri in diretta che una decina di testimoni di buona lingua terranno in altrettante scuole. Tra loro c’è anche Licia Corbolante, che molti di voi conoscono come autrice del blog Terminologia e… autorevole commentatrice di questo blog.

Oltre che ascoltare da mane a sera e seguire in streaming la serata video condotta da Giuseppe Antonelli, potete partecipare sui social. Radio3 invita studenti, insegnanti e tutti gli appassionati della nostra lingua a scrivere le proprie testimonianze a lalinguabatte@rai.it o a condividerle sui social network nel gruppo facebook La Lingua Batte – Radio3 e con gli hashtag #giornataproGrammatica e #adottaunsegno su Twitter –  @Radio3tweet.

Il tema del 2014 è dei più gustosi: la punteggiatura.

 

Dal papiro ai pixel

11 ott

Il breve saggio dell’Economist sul futuro del libro From papyrus to pixels si presenta come un vecchio Penguin stropicciato, ma basta aprirlo per scoprire che, come recita il sottotitolo, “the digital transformation has only just begun”.

Potete continuare a sfogliarlo proprio come un Penguin stropicciato, con i bordi ingialliti, le foto in bianco e nero e persino le macchie lasciate dal caffè. O scrollarlo come un ebook digitale, arricchito con grafici e video. O chiudere gli occhi e ascoltarlo soltanto.

Il saggio è un classico Economist: documentatissimo, coltissimo, godibilissimo, accessibilissimo. Un inno al libro, al suo glorioso passato e al suo luminoso futuro. Si legge in una mezz’oretta, ma anche se non avete intenzione di leggerlo, apritelo lo stesso. Perché è già il futuro del libro. Come un vero camaleonte, si adatta perfettamente al medium, ma restando sempre se stesso.

Proprio come l’acqua che scorre

8 ott

Le parole scritte come ponte tra due visioni, quella dell’autore e quella del lettore, scrive Pinker. Mi sono improvvisamente ricordata che la prima parte di Minuti scritti di Annamaria Testa si intitola appunto Sguardo e ho riaperto il denso libretto.
Ecco cosa mi sono trovata subito davanti:

“La cosa da ricordare è questa: ogni parola si porta dietro una o più immagini, che riassumono molto di ciò che sapete dei suoi significati. Perfino le parole astratte, quelle che non rimandano a niente che abbia consistenza fisica (per esempio ‘fiducia’ oppure ‘invecchiare’) vi fanno germogliare immagini in testa.

Ovviamente, quanto più la vostra esperienza è ricca, tanto più ricche e dettagliate sono le immagini che ne conservate. Se, scrivendo, state attenti alle vostre immagini mentali, tutto può riuscirvi più semplice.”

E un po’ più in là:

“Insomma: ricordatevene: prima di raccontare qualcosa, provate a farvene un’immagine mentale. Domandatevi chi, che cosa, quando, dove, in che maniera, e poi cercate di vederlo. Le parole seguiranno fluide e s’incanaleranno bene, proprio come l’acqua che scorre.”

Su questo blog leggi anche:

Lo scrittore e il suo terzo occhio
Il cervello che legge, e noi che viviamo
Pensare e scrivere vivido
Su e giù per la scala dell’astrazione

Contro le bare verbali e le parole zombie

7 ott

Lungo tutto il suo librone The Sense of Style, Steven Pinker ci invita a pensare alla scrittura come a una conversazione in cui l’autore sceglie le parole per suscitare visioni nella mente del lettore. Se invece di imparare regole fisse, che spesso è necessario infrangere, quando scriviamo pensiamo piuttosto a intavolare questa conversazione, molte buone scelte e comportamenti vengono da sé.

Per esempio la scelta di parole concrete e vivide, tanto più quando ci occupiamo di temi alti e astratti. Tra le parole astratte più usate Pinker indica processo, livello, strategia, modello, prospettiva. Non perché siano parole inutili, ma perché troppo spesso usate anche quando non ce n’è alcun bisogno.

“Sapreste riconoscere un livello o una prospettiva se li incontraste per la strada? O un approccio, un concetto, un contesto, una cornice concettuale, una gamma, una tendenza?

Queste parole sono usate inutilmente quando servono a accademici, burocrati e aziende a “impacchettare” i contenuti per dar loro più importanza, senza considerare che aprire il pacchetto per tirar fuori il contenuto implica per il lettore una fatica cognitiva che gli potrebbe essere risparmiata. Per esempio:

A livello puramente teorico, la prospettiva di una modifica al Regolamento può apparire una giusta aspirazione. Ma a livello attuativo abbiamo seri dubbi che possa essere percorribile senza un approccio strategico globale.

In teoria appare giusto aspirare a una modifica del Regolamento. In pratica riteniamo sia necessaria una strategia globale.

Pinker chiama “bare verbali” le parole astratte non necessarie. “Parole zombie”, invece, i sostantivi ricavati dai verbi, quelli che i linguisti italiani chiamano “nominalizzazioni” e che nella nostra lingua prendono i suffissi -zione o -mento, dando vita a parole lunghissime e prive di vita, che si aggirano nel testo senza la direzione impressa dalla forza del soggetto e dalla vitalità del verbo. Per esempio:

I test di comprensione sono stati usati come criteri di esclusione.

Abbiamo escluso le persone che non sono riuscite a capire le istruzioni.

Uno stile più concreto e vicino alla conversazione rende i testi professionali più facili da leggere. Una cosa essenziale nelle istruzioni e le avvertenze di pericolo, in cui invece i sostantivi zombie impazzano. Pinker fa l’esempio del testo di un adesivo su un generatore portatile:

Una blanda esposizione al monossido di carbonio può dar luogo a un danno che si accumula nel tempo. Una forte esposizione può risultare fatale senza produrre sintomi premonitori significativi.

Neonati, bambini, anziani e malati risentono maggiormente dell’esposizione e i loro sintomi sono più gravi.

Terza persona, passivi e sostantivi zombie: prima di capire si fa in tempo a morire. Meglio:

Usare il generatore dentro casa PUÒ UCCIDERVI IN POCHI MINUTI.
I gas di scarico del generatore contengono monossido di carbonio. È un veleno che non si vede e non ha odore.
Non usare mai il generatore in casa o in garage, anche se porte e finestre sono aperte.
Usarlo SOLO ALL’APERTO e lontano da porte e finestre.

Leggere, come scrivere, è un’azione innaturale, che richiede impegno. Parlare e vedere, invece, ci vengono naturali.
Anche scrivere per far sentire una voce e suscitare immagini vivide nella mente di chi legge richiede impegno, un grande impegno. Ma è quanto di meglio possiamo fare per rendere la lettura semplice, leggera e anche piacevole.

Su questo blog leggi anche:

Quegli immobili dei sostantivi!
Verbi in palcoscenico
Il doppio gioco di certi verbi

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