Lo yoga dei copywriter

19 dic

L’ONU ha proclamato il 21 giugno, che coincide con il solstizio d’estate, Giornata Mondiale dello Yoga. Sono veramente felice che questa disciplina che ha 5.000 anni sia finalmente riconosciuta nel suo straordinario valore educativo e di trasformazione. Negli ultimi dieci anni la pratica dello yoga mi ha pian piano resa quella che sono oggi e continua a forgiare giorno per giorno il mio modo di scrivere, di leggere, di insegnare e di comunicare.

Ma non vorrete mica aspettare il prossimo 21 giugno per conoscere meglio lo yoga, vero? Per questo periodo di riflessione e buoni propositi vorrei segnalarvi i blog di tre insegnanti italiani che seguo e stimo molto. Due di loro fanno persino il mio mestiere… eccoli:

Yoga Facile, di Gianni Lombardi
Il primo blog italiano sullo yoga ha da sempre un taglio molto divulgativo. Sarà perché il suo autore è un copywriter, segretario dell’ADCI, autore anche del blog Scrittore Freelance e di alcuni ottimi ebook introduttivi su yoga, alimentazione vegetariana e meditazione che potete trovare su Amazon.

Il blog sullo yoga che Silvio Bernelli cura sul Fatto Quotidiano
È stato un piacere e una sorpresa ritrovare lo scrittore e copywriter Silvio Bernelli, incrociato in rete un bel po’ di tempo fa, nella sua veste di insegnante di yoga sul sito del Fatto Quotidiano. Il suo blog è un vero corso introduttivo allo yoga, semplice ma ricco e profondo.

Saluto al sole, di Aldo Benedetti
Amico e compagno di pratica, Aldo è un insegnante di Iyengar Yoga, lo yoga che seguo anch’io, considerato da molti troppo tosto e troppo fisico. Ma proprio i post di Aldo sono lì a raccontarci come il corpo sia solo uno strumento, il più vicino e a portata di mano, per esplorare e conoscere meglio noi stessi.

A questi devo aggiungere l’ineguagliabile Zen and the City di Paolo Subioli di cui vi ho già parlato. Guarda un po’, un comunicatore anche lui.

Non aggiungo altro, se non una citazione da un libro di una insegnante neozelandese che adoro, perché è anche una poetessa dello yoga. Potrebbe essere il payoff della Giornata Mondiale:

“Ogni impulso violento ha inizio in un corpo pieno di tensioni. Ogni incapacità di tendere la mano verso chi ha bisogno ha inizio in un corpo che non sa più sentire.”

Donna Farhi, Yoga Mind, Body & Spirit

Ah, e c’è sempre il mio quaderno Yoga e scrittura. Tra i buoni propositi per il 2015 c’è quello di aggiornarlo.

Su questo blog leggi anche:

Zen and the city
Pensieri e progetti in movimento
Cambiate passo, ma soprattutto fiorite!
Un respiro tra l’essere e il fare
Le forze della scrittura, oltre le parole
Ascoltare nello spazio del silenzio
Veneriamo la spina dorsale
Concentrazione e/è felicità
Risvegli
Auguri al nostro io creativo
Ritmi
Solidi auguri
Potenza di un soffio
Il suono della vita
Fluire di forme
10 buone ragioni per praticare lo yoga

Video ad altissima densità di scrittura

13 dic

“Everything is content. And very often the core of that content, that user experience, is writing. Sometimes is literally the experience – in the case of a blog post, e-book, white paper, Twitter post, or website text. And sometimes it’s the basis of a visual experience – like that video or that SlideShare or PowerPoint presentation that began its life as a script, or that infographic that likely knits together data and text.”

Ann Handley, Everybody writes

Sempre più video, sempre meno testo. Perché parlare e guardare sono azioni naturali, leggere lo è molto meno, così come scrivere. Ce lo spiegano molto bene neuroscienziati quali Maryanne Wolf e psicologi del linguaggio quali Steven Pinker. Però è vero, come scrive Ann Handley, che la scrittura è comunque al cuore di tutti i contenuti. Anche quando è nascosta ai nostri occhi.

L’ho sperimentato direttamente negli ultimi due mesi, quando un’azienda molto attenta alle sue parole e alle sue persone, con cui collaboro da diversi anni, mi ha chiesto di realizzare un ciclo di webinar sulla scrittura. Non dirette in streaming, ma singoli webinar di una mezz’oretta, da seguire in qualsiasi momento e da qualsiasi dispositivo. A me i contenuti – parlati e visuali –, a un’agenzia specializzata in prodotti formativi la regia del tutto.

Io sono una che può parlare a braccio per ore, ma ho deciso di progettare ogni webinar fino alla singola pausa e all’ultima virgola, scrivendo tutto, ma un tutto destinato a essere pronunciato con naturalezza davanti a una telecamera.

Bene, è stata una delle esperienze a più alta densità scrittoria che abbia mai fatto: progetto, scaletta dei contenuti, stesura del testo, elaborazione delle slide, ottimi titoli e sottotitoli per ogni webinar (la fruizione non è obbligatoria, per cui suscitare curiosità è fondamentale), più un notevole numero di revisioni. Oltre a quella consueta, anche quelle per il tono di voce (coerente con lo stile aziendale, ma anche con il mio, il mio corpo e la mia faccia), per la sintonia script-slide (nei contenuti e nella forma), per la lettura ad alta voce (cosa ben diversa dalla lettura silenziosa), e infine per la naturalezza (cosa impalpabile ma decisiva).

Ho lavorato su temi che conoscevo molto bene, per cui mi sono potuta concentrare con gusto sul “come” trasmettere i contenuti attraverso un medium diverso, che mi metteva in gioco in prima persona e in modo così forte. E così, ora che sono in dirittura d’arrivo, mi trovo a riflettere su quanto ho imparato:

  • la progettazione minuziosa paga: ogni cosa è al posto giusto e al momento giusto, senza nemmeno una ridondanza; io sono così tranquilla e sicura di quello che dico che posso concentrarmi bene sullo sguardo, il tono di voce e la gestualità, con un effetto naturalezza assicurato, persino con una bella voce di pancia invece che di testa
  • l’attacco è fondamentale: ho sempre scelto qualcosa di eccentrico, divergente, inaspettato, che sorprendesse all’inizio ma di cui si capisse il senso lungo tutto il webinar, come una chiave di lettura
  • alla mia voce la cornice molto personale di interpretazione e commento, alle slide le indicazioni, le citazioni, gli esempi
  • periodi brevi, ma sintassi fluida, variata e ritmata
  • stile naturale e conversevole, ma senza esagerare con domandine e intercalare
  • lo stile naturale e fluido ti viene benissimo se ti sei documentata e preparata moltissimo, non se ti affidi all’estro del momento.

“Ars est celare artem”: l’arte consiste nel celare l’arte. L’antica massima latina, per realizzare un prodotto multimediale, da fruire anche su tablet e smartphone, mi è sembrata più attuale che mai. Anche qui, back to basics!

Lo ricorda Lee Lefever, fondatore di Common Craft, agenzia di comunicazione che sforna i più bei video di tre-quattro minuti per spiegare gli argomenti più complessi:

“La scrittura è il passo logico con il quale un’idea si trasforma in qualcosa di utile come una spiegazione. Non c’è metodo migliore di scrivere per elaborare una spiegazione efficace e rendere le idee più difficili facili da capire. Lo script è un documento vivente, che cambia e ci accompagna dall’inizio alla fine.”

Sui video di Common Craft, leggi anche:

Spiegare è un’arte

Parlare e scrivere di arte, la cosa più concreta che ci sia

7 dic

Parecchi anni fa comprai un libro tedesco nato da un’idea del famoso settimanale Die Zeit. In italiano il titolo suona più o meno I 100 quadri del museo della Zeit. Studiavo il tedesco da poco ed ero sempre alla ricerca di libri che fossero alla mia portata; in questo, ognuno dei cento capitoletti era di circa due o tre pagine e l’arte il mio principale oggetto di studio all’epoca.

L’idea era geniale e sarebbe stata ripresa più e più volte negli anni: cento scrittori, giornalisti, filosofi, politici o artisti erano invitati a parlare di un’opera d’arte che aveva segnato la loro vita. Susan Sontag scriveva di un interno di chiesa quattrocentesco, Arnaldo Pomodoro di una piccola opera di Klee, Emilio Vedova di Tintoretto, Fernando Botero di Paolo Uccello, lo scultore Christo di Giotto… l’ultimo era il nostro Umberto Eco che scriveva della prima pagina del medievale Book of Kells, conservato al Trinity College di Dublino.

Il libro mi affascinò perché ogni autore scriveva della sua opera del cuore con amore, emozione ma anche grandissima competenza. Umberto Eco raccontava di come per mesi fosse andato ogni giorno al Trinity College perché ogni giorno viene girata una pagina di quell’opera meravigliosa, paragonata alla vita che scorre. Quel piccolo saggio non l’ho mai dimenticato.

Ieri sono andata a riprendermi il libro dall’alto di uno scaffale. A ricordarmelo è stata l’iniziativa di Repubblica di affidare alla scrittrice Melania Mazzucco il racconto di un quadro in un liceo veneziano.

Melania Mazzucco non è una storica dell’arte, ma il suo racconto è appassionante, come testimoniano i tanti video in cui racconta le sue opere d’arte del cuore. Per esempio, le opere di Tintoretto:


Ora ha raccolto i suoi racconti nel libro Il museo del mondo, appena uscito presso Einaudi.

Negli ultimi tempi ho viaggiato molto per lavoro e quando sono in giro cerco sempre di ricavarmi tempo per un museo o una mostra. Quante volte ho pensato dentro di me “Togliete ai curatori apparati didattici, testi di pannelli e audioguide!!” Lo so che è un pensiero ingiusto, perché generalizza e ci sono anche curatori bravissimi a spiegare le opere e a emozionare il pubblico. Però quelli bravi sono troppo pochi.

La mostra di Segantini al Palazzo Reale di Milano è strepitosa, sicuramente una delle più belle che ho visto negli ultimi anni, ma sui pannelli trionfano periodi composti anche di 90-100 parole, assolutamente illeggibili per chiunque. I linguisti sono chiari: un periodo altamente leggibile in un testo informativo è fatto di 25-30 parole, non di più. Un pannello in corpo piccolo, con l’impaginazione giustificata e lo sfondo bordeaux, da leggere in piedi, deve forse averne ancora meno.

La mostra su Picasso a Palazzo Strozzi a Firenze è così così, ma potrebbe essere goduta di più se il testo dell’audioguida – che costa 5 euro – fosse stato concepito appunto per l’ascolto e non come un libro stampato. Per chi è davanti a quella cosa concretissima che è un quadro, parole astratte come poetica e e primitivismo non dicono niente.

Per audioguide e app, il modello libro e il modello catalogo bisogna dimenticarlo, e per sempre. Eppure di storytelling eccellente per i musei e le opere d’arte ne abbiamo a bizzeffe: Melania Mazzucco, Philippe Daverio, quel successo mondiale che sono i 100 oggetti del British Museum, l’app della National Gallery di Londra Love Art, una meraviglia a 2,69 euro che metti in cuffia e ascolti il curatore che sembra lì a raccontare solo per te. A “raccontare”, non a leggere. E “sembra”, perché ascoltando capisci che lavoro raffinato di sceneggiatura e di studio ci sia dietro tanta leggerezza e naturalezza.

Un paio di giorni fa Massimo Mantellini sul Post ha dedicato uno splendido pezzo a questa fotografia:

Può essere il Rijksmuseum ad Amsterdam, la National Gallery a Londra o gli Uffizi a Firenze, ma è esattamente questo che dobbiamo augurarci di vedere nei musei nei prossimi anni: ragazzi concentrati su una bella app, che avranno scaricato prima, a casa, per poi leggere, ascoltare, vedere, e moltiplicare le emozioni che solo l’opera d’arte dal vivo può regalarti.

La settimana che si chiude è stata anche quella del BTO, l’evento dedicato alle potenzialità che le tecnologie offrono al turismo e alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale. Sono solo riuscita a sbirciare cose interessantissime, ma nei prossimi giorni vale davvero la pena di seguire gli interventi appena saranno online. Credo sarà l’ennesima conferma di quali ricchezze non solo culturali ma professionali e umane ci siano in questo paese, se solo riuscissimo a farle circolare.

Eh sì, non manchiamo solo di mobilità sociale, ma anche professionale. La rete ci fa scoprire talenti, ma a che serve se poi restano lì? A Palermo c’è una professoressa di storia dell’arte che si chiama Emanuela Pulvirenti. Non la conosco, ma ad ogni post mi incanta e mi fa invidiare i suoi studenti. Emanuela ogni giorno ha le sue classi davanti e si confronta con cose concrete: domande, sguardi, opere, materiali.  Quella concretezza evidentemente la aiuta a ideare i suoi post sul colore, inaugurati da un attacco esplosivo:

Che succede quando un rosso si imbatte in un verde? Beh, più che un incontro sarà uno scontro! Uno dei più feroci che si possano vedere dentro un quadro.

O a coinvolgere su un tema specialistico come i taccuini degli artisti:

Cosa c’è dietro un’opera d’arte? È una domanda che mi sono posta molte volte. Un dipinto, una scultura, un qualsiasi manufatto artistico, anche se prodotto rapidamente e, apparentemente, di getto, nasconde dietro uno studio, un’osservazione della realtà, un’elaborazione concettuale.

Per non parlare dei suoi post sui lampioni o sulle nuvole… e delle altre storie meravigliose di Didatticarte.

Insomma, non si potrebbe prendere la professoressa Pulvirenti e farle fare un bel corso ai curatori più verbosi e astratti? Non sono forse tutti dipendenti dello stato italiano?

Concretezza, emozione, storie, arte, immagini e parole: queste cose ci sono tutte in un bel video che risponde a una delle domande apparentemente più astratte che ci siano: A che serve l’arte? Lo hanno realizzato in quella scuola di storytelling che è The School of life, ideata dallo scrittore Alain de Botton (i video sono uno più bello dell’altro).


L’arte è una cosa concreta, no? Forse la più concreta che ci sia. Non merita parole astratte e lontane dalla vita. Né periodi che non finiscono mai. Né storiadellartese.

Su questo blog leggi anche:

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni

L’uomo che fa parlare gli oggetti

Le parole di Magritte e quelle del suo museo

gli oltre 136 post sull’arte

Un mago e le sue storie

4 dic

Non capita tutti i giorni di incontrare un mago, anzi a me non era mai capitato, almeno fino a un paio di settimane fa quando ho partecipato come docente a un evento formativo per la direzione risorse umane in una grande banca italiana. Il mago in questione – docente anche lui, anzi magic experience designer –  era piuttosto diverso dal mio immaginario: un ragazzo in jeans, simpatico e alla mano. Il suo nome è Ferdinando Buscema e il suo mestiere quello di creare esperienze magiche, cioè stupefacenti, emozionanti, sorprendenti. Lo fa per grandi aziende quali Ferrari, Microsoft, Moleskine e, come avrei presto scoperto, anche nella sua vita quotidiana.

È quindi con grandissima curiosità che ho letto il libro che ha scritto con Mariano Tomatis: L’arte di stupire, un vero museo delle meraviglie contemporaneo, organizzato dall’Anticamera della meraviglia al Gift Shop. Ci trovate magie di tutti i tipi e di tutti i tempi: dalle feste a sorpresa ai racconti di Buzzati, dai giganteschi cerchi nei campi attribuiti agli Ufo alla magia di una sera per conquistare definitivamente una fidanzata, dalle macchine delle meraviglie di Erone di Alessandria di duemila anni fa a un piccolo episodio dell’infanzia di Pablo Neruda decisivo per la sua vocazione letteraria. Ciò che le accomuna è la capacità di stupire e di stupirsi, preziosa sempre ma soprattutto oggi in cui tutto sembra a portata di mano, senza incognite e senza attese:

Il tempo risparmiato usando un motore di ricerca ha un prezzo che non ci accorgiamo di pagare: la curiosità che emerge dal “non sapere” è una tensione creativa che tiene svegli, spinge alla ricerca, espone alla sorpresa e stimola percorsi mentali inediti.

Resistere alla tentazione di trovare la scatola giusta e di approdare subito a una risposta, consente di esplorare con più attenzione l’immensa rosa di soluzioni possibili, probabili, assurde o inconcepibili, che possono rivelarsi mattoni preziosi per creare qualcosa di nuovo e originale.

Nel libro, che si legge passando di stanza in stanza, non troverete nemmeno un trucco di magia alla mago Silvan (anche se gli autori sono bravissimi anche in quelli!) ma tante storie e suggerimenti per ritrovare e far ritrovare lo stupore nella vita quotidiana. A clienti, amici, familiari. La storia che mi è piaciuta di più è semplicissima, una magia alla portata di tutti, eppure un’esperienza indimenticabile. Questa:

Nel gennaio 2007 il nostro amico Tommaso Traiani andò a trovare il nonno con un vecchio album di fotografie di famiglia, e sfogliandolo gli chiese di raccontare i retroscena di ciascuna immagine. Nascosto sotto il bavero, un microfono registrava ogni parola. Il dispositivo elettronico memorizzò oltre tre ore di storie e aneddoti, dall’infanzia negli anni Venti fino ai giorni nostri. L’obiettivo era di salvare dall’oblio il racconto della sua vita, considerato da figli e nipoti un prezioso tesoro di famiglia. Lo stesso lavoro si prestava alla progettazione di un’esperienza magica su misura.

Come in una conversazione informale, il racconto non si era svolto in maniera cronologica. Fu necessario un lungo lavoro di collage per ricavarne una storia lineare: dieci tracce di un’ora complessiva divennero la voce fuori campo di un documentario le cui immagini erano le stesse fotografie commentate.

Completato il montaggio audiovideo, Tommaso lo registrò su un dvd e lo portò a casa del nonno, coinvolgendolo in una non ben definita “proiezione film-evento”. Quando si spensero le luci del salotto e partì il documentario, l’uomo impiegò qualche istante a riconoscere la voce che parlava. La storia che sentiva gli era familiare, e così l’inflessione dialettale di colui che la raccontava. Ancora ignaro di essere stato registrato qualche mese prima, faticò a credere a quello che stava succedendo. Poi si arrese, esclamando sbalordito: “Ehi, ma… sono io” e ammettendo di essere diventato a sua insaputa il protagonista e narratore unico di un film documentario, un privilegio solitamente riservato ai grandi personaggi della storia.

Il museo usabile, senza cartellini né cartelloni

19 nov

Nei musei di solito non patisco troppo il divieto di fotografare, ma domenica mattina alla Fondation Beleyer di Basilea avrei davvero voluto fermare qualche immagine, qualche istante. Non della pur splendida mostra di Gustave Courbet, ma del luogo straordinario in cui mi trovavo.

Eppure da fuori non vedi molto: solo un basso padiglione in pietra, con un grande vetrata, uno specchio d’acqua davanti, in un sobborgo residenziale di Basilea, ai limiti della campagna. Solo quando ci sei dentro capisci la genialità dell’architetto, che ha creato un luogo quasi trasparente, al solo servizio delle opere e dei visitatori. Grandi pareti bianche, un parquet chiaro, una luce perfetta, modulata sui cambiamenti di quella esterna attraverso tende sottilissime che si alzano e si abbassano impercettibilmente. Da ogni punto vedi almeno uno scorcio dell’esterno: una villetta adiacente, un campo coltivato, bambini che giocano. Cose che cambiano in continuazione ed entrano nel museo attraverso gli sguardi tutti diversi dei visitatori.

Alla mostra di Courbet non c’erano cartellini, né cartelloni, né “apparati didattici”. Eppure è stata un’esperienza appagante, ricca, istruttiva, riposante, di un’usabilità assoluta, in cui mi sono sentita in the flow come raramente mi è capitato.
Accanto ai quadri solo le informazioni essenziali trasferite sul bianco della parete in una leggibilissima font senza grazie. Molti avevano vicino una piccola icona, o due. Il simbolo della pagina, che rimandava alla guida gratuita che avevi ricevuto all’ingresso e che ti leggevi da sola in santa pace. O quello della cuffietta, che rimandava all’audioguida. Non una lettera o una virgola in più, ma nemmeno una in meno. Nessuna sovrapposizione, solo l’informazione che desideravi, al momento giusto, sullo strumento giusto. Nessun assembramento per leggere da testi fitti fitti appesi alle pareti ad altezze improbabili, una delle cose più inutili e faticose cui gli architetti di mostre e musei raramente riescono a fare a meno.

Quando alla fine mi sono seduta su uno dei tanti enormi divani bianchi di fronte alla parete di vetro e al paesaggio autunnale, circondata da bellissimi libri da sfogliare liberamente, ho pensato con orgoglio e amarezza insieme che chi ha progettato un luogo tanto semplice e tanto bello è un grande italiano. Noi Renzo Piano l’abbiamo fatto senatore a vita – se lo merita -, ma perché non gli abbiamo fatto costruire dieci, cento musei così a casa nostra?

Nomade e lettrice

11 nov

L’ultimo scorcio dell’anno è sempre il più denso e nelle prossime due settimane sarò quasi sempre in giro. Meno tempo per i post (ma poi chissà!), più tempo per i libri, perché niente come il treno mi predispone alla lettura. Intanto, però, ho risposto ad alcune domande di Serena Spitalieri, che ringrazio, sul blog di Marketing Arena.

A colazione con l’Economist

7 nov

L’Economist non è solo il migliore settimanale economico del mondo e il meglio scritto, ma ormai anche una vera scuola di scrittura digitale. Dopo essersi cimentati, solo qualche settimana fa, con il long form journalism di From papyrus to pixels ora passano alla miniedizione giornaliera per smartphone The Economist Espresso.

Esce la mattina presto con sette articolini, di cui uno gratuito a scelta. È un minitutto perfetto: mini titoli, mini articoli, mini frasi. Da leggere al volo mentre si beve il caffè o si aspetta la metro. Che si stiano preparando alla versione per Apple Watch, uno sguardo e via?

E anche il testo del video per ritmo ed efficacia. In 32 secondi c’è proprio tutto:

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