App + documentario = Appumentary

22 apr

Non avrei mai pensato che tra le mille cose da fare in questi giorni avrei trovato un’ora e passa per immergermi in una storia avvenuta nel Mississippi tra gli anni 50 e 60 del secolo scorso. Ma questa è esattamente la forza di una buona storia, cioè di una storia “che hai voglia di ascoltare” direbbe Robert McKee.
La storia in questione l’ho ascoltata, ma anche letta e guardata; vi ho interagito aprendo vecchi documenti e fogli di giornale ingialliti o esplorando i luoghi in cui si è svolta. Tutto dallo schermo dei mio iPad. Un’app? In realtà il regista dell’operazione, Joe Zeff, ha chiamato il suo prodotto “appumentary”: a digital application that tells a factual story using interactive tools not possible in a book or film, so that the audience can engage, explore and respond.
A raccomandare l’appumentary è stato Mario Garcia sul suo blog qualche giorno fa, e siccome del famoso newspaper designer mi fido molto mi sono scaricata gratuitamente Spies of Mississippi.

E così mi sono immersa nella storia. Nel Mississippi segregazionista degli anni 50 cominciano a farsi sentire i movimenti per i diritti civili, che però vi trovano vita difficilissima. Le università rifiutano regolarmente le iscrizioni dei giovani neri con ogni pretesto, sugli autobus le parti riservate ai neri e ai bianchi sono rigidamente divise, numerosi attivisti finiscono in carcere per i motivi più banali. Dietro tutto questo c’è un’organizzazione segreta, una rete clandestina di spie e informatori che si è data come missione mantenere a ogni costo la segregazione dei neri: la Mississippi State Sovereignty Commission, che per anni spiò oltre 87.000 privati cittadini e organizzazioni compilando 134.000 pagine di rapporti. Il più imponente programma di spionaggio nella storia degli Stati Uniti. A scovare e raccontare la storia è stato il giornalista investigativo Rick Bowers, che ci ha scritto il libro Spies of Mississippi, la regista Dawn Porter ci ha fatto un film. Joe Zeff l’appumentary.

Esplorando lo schermo con le dita si scorrono le tappe della storia sullo sfondo di magnifiche foto d’epoca, accompagnati dal bianco e nero e una splendida colonna sonora. A colori sono invece le interviste ai protagonisti di allora: politici, attivisti, cittadini, giudici, giornalisti. Ci si può fermare qui, o approfondire guardando stralci del film o consultando i documenti. La sezione Ora tocca a te propone una serie di materiali e spunti di lavoro per insegnanti e studenti, che chiamano in causa la coscienza di ciascuno. Alla fine si può postare la propria storia in tema di diritti civili e leggere le citazioni più significative.

Un racconto interattivo e multimediale, che si guarda e si legge davvero, molto più riuscito e coinvolgente del famoso e noiosetto Snow Fall. Una grande storia, perché attraverso le storie individuali parla di valori e passioni che toccano tutti. Imperdibile per giornalisti, editori, insegnanti.

Su questo blog leggi anche:

Ebbri di storie
A occhi aperti
The Snow Fall and the Speech
Storytelling: la chimica si racconta

Quando largheggiare conviene

19 apr

I post quotidiani di Seth Godin sono quasi sempre stringatissimi, ma efficaci. Quello di ieri parlava di parole: They’re your words, choose them.

Hai visto i cartelli:

NON SI ACCETTANO CARTE DI CREDITO

SI DECLINA OGNI RESPONSABILITÀ PER OGGETTI SMARRITI O RUBATI

USO DEL BAGNO RISERVATO ESCLUSIVAMENTE AI CLIENTI

Lo sai? Non sta scritto da nessuna parte che i cartelli di informazione al pubblico debbano farci apparire come rigidi rompiscatole:

Per contenere i prezzi il più possibile, accettiamo solo contante. La buona notizia è che c’è un Bancomat qui accanto.

Attenzione! Ci piacerebbe molto controllare le tue cose, ma siamo impegnati con i caffé.

I nostri immacolati bagni sono solo per i nostri affezionati clienti. Entra, e compra qualcosa! 
O vai alla biblioteca in fondo alla strada: c’è un bagno pubblico.

Potresti scoprire che parlare con chiarezza e rispetto significa non solo comunicare meglio, ma anche ricevere meno lamentele se qualcosa non va per il verso giusto.

Dove è in gioco la relazione, qualche parola in più non guasta mai. Anche per semplici informazioni di servizio dove ce la potremmo cavare con il minimo di parole. Mi è piaciuta molto, per esempio, la zona Contatti della home page della bookfarm Simplicissimus:

NEL CASO TI SERVISSE AIUTO
Qui trovi diversi modi per contattarci

CONTATTACI PER EMAIL
Che tu ci creda o no, l’email è il mezzo più veloce e sicuro per contattarci, scegli a chi spedirla.

PREFERISCI PARLARE?
Scriviamo molto, ma siamo anche dei gran chiacchieroni, se preferisci puoi chiamarci allo 071 0970508

SUPPORTO PER PROGETTO
Qua si lavora tantissimo e i progetti che gestiamo sono molti, scegli e contatta il supporto specifico.

Ma anche la frase che sovrasta il campo per la ricerca interna non è niente male: Perduto qualcosa?

PS A proposito di bagni, mica vi sarete perso il post di Licia Corbolante su quelli della Stazione AV di Bologna?

Su questo blog leggi anche:

Spolverare di fino in tutti gli angoli testuali
Naturale come il parlato, preciso come lo scritto
Caro amico ti scrivo (i Termini di Servizio)

Tempo presente

18 apr

Mi piace molto la rubrica Correzioni che Giulia Zoli tiene su Internazionale ed è sempre la prima cosa che leggo quando il giovedì mattina ricevo la copia digitale del settimanale. La scorsa settimana parlava dell’uso del presente per trascinare i lettori dentro una storia:

“Il passato prossimo racconta quello che è appena successo, ed è una delle cose che non vede l’ora di sapere chi compra un giornale. Ma a volte, quando dalla semplice notizia si passa all’articolo di cronaca o alla corrispondenza dell’inviato speciale, non c’è niente di meglio del presente per trascinare il lettore dentro una storia. Prendete l’inizio dell’articolo di copertina dello numero (pagina 38): ‘Narendra Damodar Das Modi avanza a grandi passi verso il podio. Un migliaio di persone sta ancora attraversando l’area intorno al luogo del comizio’. Non vi sembra subito di essere anche voi in quella periferia di Meerut, ad aspettare che il comizio cominci, magari vicino a Jason Burke, il corrispondente del Guardian che ha scritto l’articolo? Il presente ha il potere di farvi sentire presenti mentre avvengono degli eventi passati, crea un senso di immediatezza e vi coinvolge rendendo la storia più intensa. Anche il giornalismo ha i suoi effetti speciali.”

Avevo messo questo testo da parte e oggi l’ho ricercato perché in questa settimana, che per metà ho passato in un’aula di formazione, ho raccomandato molto anch’io di usare di più il presente, ma riportandovi il futuro.
Se nel giornalismo il presente attualizza e fa vedere sotto i nostri occhi quello che è già successo, nella scrittura aziendale e di marketing spesso serve a dare contorni, vivacità e concretezza a quanto non è ancora accaduto.

In un comunicato stampa:

Alla tavola rotonda Vino e Storytelling interverranno il direttore del WiMu, il Museo del Vino di Barolo, e l’ideatrice del progetto Valli del Vino e del Racconto.

Intervengono alla tavola rotonda Vino e Storytelling: il direttore del WiMu, il Museo del Vino di Barolo, e l’ideatrice del progetto Valli del Vino e del Racconto.

In un manuale:

Per ottenere l’importo da versare, l’utente dovrà valorizzare tutti i campi della sezione Oneri e Spese.

Per ottenere l’importo da versare, l’utente deve valorizzare tutti i campi della sezione Oneri e Spese.
Per ottenere l’importo da versare, valorizzare tutti i campi della sezione Oneri e Spese.

In una procedura:

Dopo l’analisi della Direzione Audit, il documento sarà sottoposto all’approvazione del CdA.

Dopo l’analisi della Direzione Audit, il documento è sottoposto all’approvazione del CdA.

In un contratto:

L’azienda Pippo sosterrà i costi della progettazione creativa per complessivi 12.000 euro; l’azienda Pluto i costi della logistica per complessivi 4.000 euro.

L’azienda Pippo sostiene i costi della progettazione creativa per complessivi 12.000 euro; l’azienda Pluto i costi della logistica per complessivi 4.000 euro.

Spesso quel futuro tradisce il punto di vista di chi scrive, senza considerare il presente di chi leggerà.

Il ritorno dello slow reading

9 apr

La sera dopo il primo tentativo, ha riaperto il libro di Hesse, mettendo un po’ di distanza, sia spaziale che temporale, tra lei e lo schermo del suo computer. «Ho messo tutto da parte. Mi sono detta: “lo devo fare”. La prima sera è stato difficile e anche la seconda sera non è stato affatto facile. Ci ho messo due settimane, ma alla fine mi sono riabituata a leggere e mi sono goduta il libro fino alla fine».

E poi lo ha letto di nuovo. «Volevo apprezzare questo modo di leggere e quando ci sono riuscita è stato come guarire. Ho ritrovato la mia capacità di andare lentamente, gustare quel che leggo e pensare».

Un paio di post fa parlavo della mia rieducazione alla lettura lenta. E stamattina leggo che Maryanne Wolf ha fatto la stessa cosa. Lo racconta in un bell’articolo sul Washington Post, Serious reading takes a hit from online scanning and skimming, researchers say, tradotto oggi da Il Post con il titolo Non leggiamo più come un tempo.

Maryanne Wolf è una meravigliosa scienziata, studiosa del cervello e della lettura, capace di parlare veramente a tutti. Dall’articolo apprendo che sta scrivendo un altro libro. Ne sono felice perché Proust e il calamaro è stato una lettura decisiva per me e gli dedicai un post appena chiuso il libro: Continuare a danzare con i testi.

Una lingua straniera è un abisso fecondo

8 apr

Come molti, sto seguendo da qualche settimana il racconto che la scrittrice Jhumpa Lahiri sta facendo sull’apprendimento della nostra lingua sulle pagine di Internazionale. Genitori bengalesi, madrelingua inglese, premio Pulitzer per la narrativa a 32 anni, vive a Roma da alcuni mesi dove sta realizzando un sogno che coltivava da giovanissima: imparare l’italiano.

Leggere il suo racconto a puntate significa guardare la nostra lingua da una prospettiva diversa, piena di amore e di meraviglia. Una meraviglia che appartiene a ciascuno di noi quando studiamo con passione una lingua straniera. Il racconto di questa settimana mi ha conquistata e ne riporto il brano più bello:

Quando leggo in italiano sono una lettrice più attiva, più coinvolta, anche se più inesperta. Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza.
Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato. Leggere in un’altra lingua implica uno stato perpetuo di crescita, di possibilità. So che il mio lavoro, da lettrice, da apprendista della lingua, non finirà mai.
Quando ci si sente innamorati, si vuole vivere per sempre. Si vagheggia che le emozioni, l’entusiasmo che si prova, duri. Leggere in italiano mi provoca una brama simile. Non voglio morire perché la mia morte significherebbe la fine della mia scoperta della lingua. Perché ogni giorno ci sarà una nuova parola da imparare. Così il vero amore può rappresentare l’eternità.
Ogni giorno, leggendo, trovo delle parole nuove. Qualcosa da sottolineare, poi trasferire sul taccuino. Mi fa pensare al giardiniere che strappa le erbacce. Così come il giardiniere, so che il mio lavoro in fin dei conti è una follia. Qualcosa di disperato. Quasi, direi, una fatica di Sisifo. Non è possibile, per il giardiniere, controllare alla perfezione la natura. Allo stesso modo non mi è possibile conoscere, per quanto voglia, ogni parola italiana.
Ma tra me e il giardiniere c’è una differenza sostanziale. Le erbacce, per il giardiniere, non sono qualcosa di desiderato. Sono da sradicare, da buttar via. Io invece raccolgo le parole. Voglio tenerle in mano, voglio possederle.
Quando scopro una nuova parola in italiano, un modo diverso per esprimere qualche cosa, mi meraviglio. Provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile.

Mi ha riportato alla mente i miei tanti taccuini, che ancora conservo. Mi ha ricordato quanta della mia passione per il linguaggio e la scrittura debba allo studio di lingue diverse dalla mia, e soprattutto alla più amata di sempre, il tedesco, cui dedicai un post tantissimo tempo fa, agli albori di questo blog: Alla lingua tedesca.

Su questo blog leggi anche:

Al di sopra delle lingue, qualche bella scoperta
Indiane
Jhumpa Lahiri is back

Tra una parola e l’altra, il tempo per ridere e piangere

7 apr

Oggi Annamaria Testa si occupa di Spritz e delle tecniche di lettura veloce: L’Italia, i lettori pigri e la lettura veloce. Che ne sappiate già molto, oppure nulla, rimando al suo documentatissimo post per ogni approfondimento. Aggiungo però alle sue fonti la segnalazione del bell’intervento di Amy Thibodeau, editor e content strategist di Facebook, sul blog Mind the Language del Guardian: Speed-reading? Slow down a little … and leave time for laughter and tears.

L’essenza della lettura è esplorare, pensare in maniera profonda, seguire la propria immaginazione. [...] Ci sono molte ragioni che ci spingono alla lettura: capire, conoscere qualcosa che non sappiamo, il puro piacere… Anche quando leggiamo con un preciso obiettivo, il ritmo e la voce del testo ci parlano di cosa pensiamo e proviamo rispetto a quanto stiamo leggendo. Nella scrittura ci sono sottigliezze e sfumature che hanno ben poco a che fare con quel 20% del tempo passato a elaborare il significato di una parola.

Qualche notte fa, con gli occhi pesanti di sonno, ho fatto le due leggendo The Goldfinch di Donna Tartt. Se non sono riuscita a mollarlo è stato per la magia delle parole, che andavano costruendo la storia nella mia testa.

L’80% del tempo che passiamo muovendo gli occhi di parola in parola ha un valore. È lì che il pensiero si connette con il linguaggio. È nello spazio di quei momenti che ci ritagliamo lo spazio per ridere e lo spazio per piangere. È li che decidiamo quanto profondamente questo ci sta a cuore. Questo pensare e sognare è in realtà la parte più importante. Quello che ci tiene svegli fino alle due di notte a girare le pagine.

Io mi sono sempre tenuta alla larga dalle tecniche di lettura veloce. Eppure, c’è stato un periodo in cui avevo velocizzato la lettura mio malgrado. Mi sembrava di essere sempre corta con il tempo, e così ingurgitavo libri, siti, blog. Mi sono allarmata quando ho capito che mi portavo dietro questi ritmi anche leggendo un romanzo e scorrevo le email in modo così veloce e superficiale da prendere fischi per fiaschi e fare anche qualche orribile figura.

Ho fatto quindi una vera rieducazione alla lentezza, ma l’impegno ha pagato. Anche in termini di produttività: più sei tranquilla, più combini, più gusto ci provi.

Ebbri di storie

5 apr

Sono diventata una blogger da weekend, ma non è che durante la settimana non lavori a questo blog. Anche senza accorgermene, metto da parte gli spunti e quando ho più tempo i puntini si connettono nella mia testa un po’ da soli. Così, stamattina, si sono miracolosamente messi in fila:

domenica 30 marzo
La Domenica del Sole 24 Ore apre in prima pagina con l’anticipazione dell’uscita di un libro promettente: L’istinto del narrare, Come le storie ci hanno resi umani, di Jonathan Gottschall:

L’uomo è l’unico animale che non può vivere senza racconti, cioè senza produrre e consumare continuamente affabulazioni, invenzioni, fantasie. Elabora racconti persino quando dorme in quelle libere fiction autogestite che sono i sogni, di cui è più spettatore che regista. Sin da bambino si appassiona al gioco del «come se», si immedesima in personaggi di sua invenzione, adora i travestimenti, l’arte e la musica, è spontaneamente multiplo. E da adulto, anche a occhi aperti elabora una visione della realtà in cui la componente immaginativa ha una parte essenziale.
Questa che si configura come una vera e propria dipendenza non è un lusso, un simpatico optional per i momenti di relax. Se si trattasse soltanto di regalarci delle occasioni di piacevole intrattenimento, l’evoluzione si sarebbe già incaricata di eliminarla come un inutile spreco di energia. È stata proprio l’evoluzione a crearla, ad affinarla, a renderla indispensabile, quasi una componente dell’equipaggiamento genetico.

La mente umana non è stata modellata per le storie, ma dalle storie, dice Gottschall. La finzione narrativa ci fornisce informazioni, precetti morali, emozioni: ci plasma. Quando ci immedesimiamo nelle storie che leggiamo o che vediamo al cinema o in tv, i nostri neuroni si comportano come se fossimo effettivamente lì. Le cellule attivate si legano insieme, e questo spiega i processi di apprendimento e il loro progressivo affinarsi: la ripetizione dei gesti corre lungo un network già stabilito. Non solo: sin da quando venivano trasmesse oralmente, le storie continuano ad adempiere la loro antica funzione di creare un legame sociale e di rafforzare una comune cultura. Sono una forza coesiva nella partita che si gioca contro il caos e la morte.
Per entrare nella mente umana, un messaggio ha bisogno di una storia che sappia creare un coinvolgimento emotivo, e in questo la narrativa funziona meglio della saggistica (difatti per sedurci l’autore ogni tanto si concede qualche inserto un po’ più raccontato). Gli uomini privilegiano l’irrazionalità dei miti e delle religioni perché non riescono a tollerare l’inspiegabile, perché devono conferire un ordine e un senso alla loro esistenza e rispondere alle grandi domande che li assillano. È una strategia di sopravvivenza anche questa.

martedì 1 aprile
Finisco di leggere Story di Robert McKee, un librone lunghissimo, l’unico sullo storytelling che sia riuscito ad appassionarmi, e sì che ne ho letti tanti. Mi ha appassionata perché parla della costruzione di una storia nel contesto più complicato, quello del cinema, e perché mi ha ricordato cosa sia realmente una storia e come sia difficile costruirne una che funzioni, anche piccola piccola:

Mentre la vita separa il significato dall’emozione, l’arte li riunisce. La storia è lo strumento che crea queste epifanie, il fenomeno che conosciamo come emozione estetica.

La storia non è una fuga dalla realtà, ma un veicolo che ci conduce nella nostra ricerca della realtà. È il nostro massimo sforzo per dare un significato all’anarchia dell’esistenza.

Arte significa separare un pezzettino dal resto dell’universo e tenerlo in mano in modo tale che sembri essere la cosa più importante e affascinante del momento.

L’arte narrativa è sempre e comunque l’esperienza di un’emozione estetica: l’incontro simultaneo di pensiero e sentimento.

I grandi narratori non spiegano mai. Fanno invece una cosa difficile e dolorosamente creativa: mettono in scena. Una grande storia sostiene le proprie idee unicamente attraverso la dinamica dei suoi eventi.

Una storia diventa una specie di filosofia vivente che gli spettatori afferrano nel suo insieme, in un istante, senza un pensiero conscio: una percezione che si unisce alla loro esperienza di vita.

McKee è un docente di sceneggiatura e ha tra i suoi allievi un buon numero di premi Oscar. Il libro è un manuale narrato che affronta ogni aspetto della sceneggiatura in modo preciso e divulgativo, con gli esempi tratti da decine e decine di film. Il minimo che può offrirvi è vedere i film in modo completamente diverso e più consapevole. Già moltissimo. McKee ha un sito e un blog, con tantissimi spunti anche per lo storytelling di impresa; molti sono in una bella intervista sull’Harvard Business Review: Storytelling that moves people.

mercoledì 2 aprile
Leggo questo tweet di Alessandra Farabegoli:

e subito dopo il post di Drinkpop Le informazioni prima delle storie. Alle prese con testi complicati, da rileggere almeno due volte, dove non si capisce dov’è il punto, mi dico che sì, prima di mettersi a raccontare le storie forse vale la pena chiarirsi le idee.

sabato 5 aprile
Apro la posta e una mia deliziosa cliente mi scrive che nelle mie proposte di tagline c’è poco linguaggio emozionale, poco “cinque sensi”. Riapro il file, rileggo. Un po’ forse ha ragione, ma ci avevo tenuto molto alla chiarezza e al valore dei servizi di questa azienda, il cui obiettivo non è proprio quello di far battere il cuore.
Però l’insoddisfazione emotiva della mia interlocutrice mi è servita: ho riscritto più proposte, più coinvolgenti, ma ho cercato di non perdere di vista la lezione di McKee. Ho tenuto ben saldo il pensiero, oltre a lasciare un po’ più di spazio alle emozioni.
Scrivo questo post e il tarlo continua a scavare. Non è che con emozioni e storytelling stiamo esagerando? Che sia un po’ un’ubriacatura collettiva? E sappiamo veramente che cos’è una storia? Quale meccanismo complicato bisogna costruire perché scatti la famosa emozione estetica? E una bella brochure, chiara e precisa, non sarà meglio di una scialba storia?
Mi faccio queste domande perché credo molto al valore delle storie, tanto da averne scritto già tantissimo tempo fa. Ma il tarlo resta, la confusione pure, e anche per questo ho deciso di uscire dalla tana e di andare a If Book Then il 22 maggio prossimo. Tema: There are more stories than books.

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